Giovanni Battista

 

 

           L’austera presenza di Giovanni smorza il tono festoso di un Natale di luci scintillanti, di pastorali, di scambio di doni e del permissivismo che confina con il narcisismo.

In realtà l’abbigliamento di profeta, che viene dal deserto e smuove masse di persone, si combina bene con l’atmosfera della nascita di Gesù, avvenuta nella ruvidezza di una grotta in balia del rifiuto. Maria e Giuseppe non trovarono alloggio tra i pellegrini, ma dovettero adattarsi ad un riparo tra le vallate e i dirupi di Betlemme. La gioia della nascita di Gesù si amalgama con la povertà e la sofferenza. Così è di Giovanni Battista. Egli è l’amico dello sposo (Gv 3,29). Gioisce nel sentire l’avvicinarsi e la voce dello sposo, ma ha Continua a leggere Giovanni Battista

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Vegliate!

 

           Il tempo liturgico dell’Avvento ci immette nella gioia dell’incontro con il Signore. Tale incontro si vive a tre livelli. L’incontro immediato, che mediante il commercio ha pervaso tutto il mondo nei suoi aspetti folcloristici come la luce, le luminarie, le melodie e la cucina, è il Natale. L’incontro definitivo è il passaggio da questo mondo alla vita eterna. L’incontro esistenziale è l’oggi della nostra vita. In questo contesto la prima domenica d’Avvento è come una frustata. Schiocca la voce del vangelo: «Non addormentatevi! Vegliate!» (cfr. Mc 13,37).

L’invito alle veglia è perentorio. Ci pone di fronte ad un momento chiave della nostra vita. Sarebbe un guaio irreparabile trovarsi addormentati in quel momento! Il vangelo secondo San Marco ne offre la ragione, proponendo un esempio tratto dalla vita normale. E’ come quando torna il padrone di casa. Allontanatosi per affari, torna quando gli è possibile. I servi, che avevano ricevuto delle incombenze, dovranno rendere conto, perché erano sati dotati di autorità necessaria per svolgerle. Il portiere sarà il primo a misurarsi con la reazione del padrone e poi ciascun servitore. Tutto lascia a credere che vi sarà un’ispezione e ciascuno sarà valutato per quanto ha operato, benché il testo del vangelo non si prolunghi nel dettaglio della rassegna come avviene nel racconto secondo San Matteo.

Il punto essenziale è aver vegliato per provvedere ai compiti assegnati. Ciò comporta l’attenzione sull’esercizio della responsabilità individuale. Alla fiducia mostrata dal padrone dovrebbe corrispondere la responsabilità dei servi e ciascuno nel grado delle consegne ricevute. A tutti è stato affidato il compito di interessarsi dei beni del loro padrone. Essi hanno potuto agire in suo nome e per suo conto nella protezione e nell’incremento dei suoi beni. La loro vita, sempre legata alla sorte del loro padrone, è ora elevata ad un grado supremo. Non sono trattati da servi, ma da confidenti, anzi da rappresentati del loro padrone. Il loro futuro è più che mai nello loro mani. Un simile compito non può essere esercitato con una mentalità menomata dal servilismo o alimentata dalla rivincita per approfittare della posizione ricevuta. Sarebbe un suicidio!

Il fatto che il testo evangelico ci lasci intuire il finale, lascia aperta sia la possibilità della ricompensa che del castigo. Più importante è valutare la fedeltà o l’infedeltà dei servi rispetto alla magnanimità del padrone, che con piena coscienza aveva promosso ciascuno alla dignità di sostituirlo negli affari di casa sua tanto che non sono nominati neanche i parenti. E’ la massima stima e fiducia verso i suoi servi. Perderla è la peggiore delle condanne.

L’ammonimento ad essere vigilanti e a non addormentarsi va preso in seria considerazione. Marco l’inserisce nel contesto delle difficoltà per vivere in un mondo non cristiano e senza sapere quando sarà il momento della venuta del Signore. Convivere in una società non cristiana comporta il pericolo del dubbio di fede. Spesso i suoi ideali esigono il coraggio della testimonianza, dell’agire contro corrente. Si può essere sottoposti al giudizio malevole di essere persone incapaci di usare della propria libertà o delle libertà di un pensiero indipendente da ideali preposti. Anche l’attesa dei frutti della fede potrebbe condurre il fedele ad una crisi interiore così da rivedere tutto il proprio credo.

In questo contesto di storia personale inserita nella mentalità del proprio vivere, l’ammonimento alla vigilanza dimostra tutta la sua forza. Persa, infatti, la fiducia nel Signore, non resta che la polvere della creta, di cui ogni uomo è fatto. L’esperienza della propria debolezza o delle proprie cadute è la prova che la fedeltà cristiana al Signore si fonda sulla piena fiducia in lui e sulla coscienza di aver ricevuto nella fede il meglio che si possa desiderare: prendere parte in modo personale alla vita di Dio.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

Il giudizio finale

 

La scena del giudizio finale è conosciuta sia da cristiani che da fedeli di altre religioni. La visione cristiana, tuttavia, è conforme alla verità, dedotta dalla rivelazione divina. Infatti solo Dio può conoscere come stanno le cose dopo morte. Egli le ha rivelate in Gesù, vero ed unico inviato da Dio per far conoscere agli uomini la verità che li salva. I discepoli di Gesù trasmettono fedelmente la sua rivelazione sia nella forma della tradizione cristiana sia mediante gli scritti sacri, raccolti nella Bibbia.

La terminologia «giudizio finale» esprime l’ultimo evento della vita umana, che finalmente appare sostanzialmente legata a Cristo Gesù. E’ di fronte a lui che saranno radunate tutte le genti, senza distinzione di cultura, razza e religione, nella loro dimensione Continua a leggere Il giudizio finale

Critica al legalismo

Critica al legalismo

           Il cap. 23 del vangelo secondo san Matteo contiene la più forte critica al legalismo delle guide spirituali d’Israele. Da esso proviene anche l’uso di bollare di fariseismo la loro condotta e mentalità religiosa, comprendendola come una pratica esteriore per nulla apprezzata da Dio. Rispetto alla storia, questa critica si situa nel momento, in cui l’emergente comunità cristiana prende le distanze dal ceppo religioso giudaico e si riconosce sempre più dipendente da Gesù. Pur ebreo per nascita e cultura, Gesù ha riportato la Legge di Mosè alla sua origine, ancorandola a Dio piuttosto che ritenerla un palliativo di una religiosità autoreferenziale. Continua a leggere Critica al legalismo

Il grande comandamento

 

           Chissà quante volte abbiamo ascoltato la risposta di Gesù sul primo dei comandamenti: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tuttta la tua anima e con ttta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”»! Eppure quando lo ripetiamo, ci pare sempre nuovo e ci lascia perplessi. Lo ripetiamo, pensando di affermare una verità e di darci la libertà di esimerci da ogni altro comando. L’amore è tutto, e basta. E’ vero! San Giovanni della Croce ha lasciato scritto: «Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore».

Ma siamo sinceri. Questa parola di Gesù la ripetiamo con superficialità. La sentiamo estranea alla nostra cultura. Ci manca la certezza dell’esistenza di Dio. Pronunciamo il suo nome, ma non riteniamo che Dio abbia diritto di interpellarci o di regolare la nostra vita. Lui da una parte e noi dall’altra. Lo invochiamo con interesse, forse, nelle difficoltà o nei casi limiti. Ma allora pretendiamo da lui che si faccia vivo, se esiste; che intervenga, se davvero è a favore dei buoni e dei giusti, come ci riteniamo senza alcun dubbio; che faccia dei miracoli, se è onnipotente; che ascolti e veda la sofferenza della nostra vita, se ci ama; che faccia cessare ogni sopruso, se è giusto. Tutte implorazioni che non c’entrano nulla con Dio. Gesù lo ha detto chiaramente a chi pretendeva che intervenisse per la divisione dell’eredità: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?» (Lc 12,13). Dio non interviene, quando vogliamo far trionfare la nostra opinione o seguire i nostri gusti.

Ci manca il concetto di Dio. Oppure lo manomettiamo a nostro piacimento. Chi crede in lui, – e l’ateismo è una burla o una moda di saccenti o una risposta di cuori amareggiati o la soluzione per sentirsi indipendenti e liberi di fare quanto piace senza riguardo per nessuno – vuole essere dalla parte sua, perché egli è origine della sua vita, il senso della sua esistenza e la gioia dei suoi progetti. La fede in Dio crea un legame, che ci fa girare attorno a lui, perché ci considera suoi. Noi cristiani ne abbiamo una prova nel crocifisso, che portiamo. Non è un amuleto tra gli ori che decorano il seno. E’ la prova che Dio ci ama e ha dato tutto per noi, perfino l’amato suo Figlio, che tra noi ha preso l’ultimo posto.

Il primo segno della fede in Dio è il rispetto, quel rispetto che riserviamo alle persone che amiamo o si sono qualificate per comportamenti giusti e esemplari. Al rispetto segue l’attenzione alla parola, seguita dalla verifica del nostro comportamento. L’uomo si costruisce confrontandosi, uscendo dal proprio io. Chiusi in se stessi, nelle proprie idee diveniamo narcisisti, delle isole e finiamo per ritenerci al centro dell’universo.

Dobbiamo aprirci alla realtà della vita: Dio esiste e noi viviamo, perché ci ha inserito nella sua esistenza. L’esistenza dell’uomo è paragonabile alla realtà del sistema eliocentrico: come il nostro sistema solare dipende dal sole, così la nostra vita dipende da Dio. Uscendo dalla sua gravitazione, non troviamo la libertà ma la disintegrazione della persona. L’attrazione verso Dio è amore. Egli è attratto da noi, perché ci ama. E’ attratto da ciascuno di noi per la singolarità della nostra persona.

La nostra attrazione verso di lui è problematica, perché siamo parziali e non cogliamo la totalità dell’esistenza. Siamo tentati di lasciarsi attrarre dall’immediato e dal visibile. La vita sociale e le comunicazioni ci attraggono senza riflettere che sono dei media, organizzati da chi li guida per captare la nostra attenzione e adesione. Siamo attratti dal sensibile e dal piacere anche lecito, con il rischio di assolutizzarlo. Troppe cose e persone ci attraggono e ci sfasano. L’amore per Dio ha la capacità di esaltare tutte le componenti della nostra persona. L’amore per Dio è a portata di ogni nostro momento, quando intessiamo relazioni libere e mirate al cuore di ogni persona e di ogni realtà. Lasciandoci attrarre da Dio, ci arricchiamo della vita e dell’amore, i quali hanno in lui la loro sorgente.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

L’abito nuziale

 

 

 

           La Bibbia ha un linguaggio, che bisogna decodificare. La parabola del pranzo di nozze del figlio del re è riportata sia da Matteo che da Luca (14,15-24), ma solo il primo ne allarga il racconto con la cacciata dell’invitato, che non portava l’abito nuziale. Per Matteo è un elemento essenziale. Con l’evangelista Luca egli concorda nel presentare l’estrema generosità del re, che, al rifiuto degli invitati di rango, manda a reclutare i diseredati dai cantoni delle strade o da sotto i ponti, dovunque li abbia condotti la miseria. Siano essi i commensali al banchetto di nozze del principe! Ma vi aggiunge anche il particolare che ognuno debba indossare l’abito da festa, buttando via i cenci della povertà. Dovevano passare dallo spogliatoio e uscirne belli e profumati, pronti per l’evento più importante del regno e, forse per loro, per l’unica volta nella vita. Continua a leggere L’abito nuziale