Una felicità strana…

È bellissimo che Gesù inizi il suo primo grande discorso parlando di felicità (Mt 5,1-12). Vuol dire che gli sta veramente a cuore e che la preoccupazione più grande del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo è che noi diventiamo persone che partecipano della pienezza della loro gioia. È una domanda importantissima: come stiamo cercando gioia oggi?

La beatitudine di cui parla Gesù, declinandola in nove esempi, colpisce anzitutto perché è un dono assolutamente gratuito, un dono che ti trovi addosso e che viene dalla iniziativa di Dio. Gesù proclama la gioia come una specie di constatazione oggettiva. Parla di qualcosa che è lì, è davanti a noi, in un modo inesorabile e indiscutibile. Dio non aspetta che gli chiediamo di essere felici. Dio non pone condizioni. Dona la sua felicità e basta. È la felicità di chi si lascia governare da Dio (sta nel suo regno), di chi si lascia consolare, di chi avrà in eredità la terra e sarà sazio, riempito di misericordia, capace di guardare in faccia Dio e di sentirsi suo figlio, tutto proiettato alla esistenza definitiva nella comunione del paradiso.

La beatitudine di cui parla Gesù raggiunge proprio tutti. Su quel monte, dalla cima del quale parla come il Maestro, ha attorno a sé i discepoli e la gente, le folle. È gente normale, semplice. Gente che ha tanti problemi personali e tante malattie e sofferenze. È gente che vive una situazione di grande ingiustizia sociale: è un popolo conquistato e sottomesso dai potenti romani, sfruttato dagli esattori delle tasse e dalle aristocratiche famiglie dei capi religiosi. È gente che attende un cambiamento, una liberazione, una situazione di prosperità e di pace. Proprio i poveri, gli affamati di giustizia, quelli che sono nel pianto sono raggiunti dal desiderio di felicità che sgorga da cuore del Padre. Non devi far parte di un gruppo particolare, non devi avere titoli di studio, non devi aver già fatto chissà quale cammino iniziatico. E qui è forse importante sottolineare che i motivi della felicità sono detti da Gesù nella seconda parte di ogni frase. Cioè: uno non è felice perché è povero, ma perché sa che è coinvolto nel regno. Uno non è felice perché piange, ma perché sarà consolato, Uno non è felice per il fatto di essere perseguitato, ma perché nella persecuzione sa che avrà la ricompensa nei cieli… e così via. Altrimenti sarebbe una specie di masochismo che non piace a nessuno. Gesù non consacra l’ingiustizia rivestendola di una strana aurea di felicità.

Infatti, la beatitudine di cui parla Gesù è una forza di trasformazione del mondo. Non propone fughe nei paradisi esotici, né surrogati che danno una scossa momentanea di felicità e nemmeno inutili ripiegamenti su sé stessi. La via della felicità secondo Dio è una semplice e profonda passione per la giustizia e la pace, costi quel che costi. Sono felici quelli che si impegnano volentieri per gli altri. E tutti lo possono fare, messi in movimento dalla gratuita presenza del Dio della giustizia e della pace. Anche se sono in situazioni di pianto, di ingiustizia, di povertà, di persecuzione.

Gesù parla di una via di beatitudine scandalosa agli occhi del mondo: è la via della mitezza e della misericordia. Che non è per niente di moda. Non lo è mai stata, e tantomeno oggi. La logica del mondo è quella diabolica del potere, del dominio, del successo che sfrutta gli altri per la propria felicità. Dai piccoli conflitti a quelli grandi che insanguinano la terra con il sangue dei fratelli. Pare, per il mondo, che la via del dialogo sia ridicola: meglio armarsi sempre di più. Quella di Gesù invece è la via della nonviolenza, della generosità ad oltranza, della tenerezza e della delicatezza. A guardarci bene (e nelle prossime settimane sentiremo Gesù che continua a spiegarci bene la logica delle beatitudini fino all’amore ai nemici) la mitezza e la misericordia sono l’unica via della pace perché non hanno in sé nulla di distruttivo. Sono la manifestazione del cuore creatore e sempre rigenerante di Dio verso i suoi figli, che sono fratelli tra di loro.

La beatitudine di cui parla Gesù è, poi, una specie di autoritratto. Se proviamo a mettere in fila i tratti della vita cui è promessa la beatitudine, abbiamo nove stupende pennellate della persona di Gesù: povero in spirito, forte nel pianto, affamato e assetato di giustizia, mite e misericordioso, operatore di pace, disposto ad essere perseguitato per la giustizia. Che bello diventare come lui! Che vita da brivido! 

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Giorgio Maghini è Lettore

Oggi, domenica della Parola, Giorgio Maghini è stato istituito dal vescovo Gian Carlo nel ministero del Lettore, durante la Messa celebrata nella chiesa di S. Francesco. Continuiamo a pregare per lui e la sua famiglia, nel cammino verso il diaconato permanente.
Ecco il testo della ricca omelia del vescovo:

Camminare con la Parola
Ferrara 22/01/2023

Cari fratelli e sorelle, l’Eucaristia domenicale che oggi celebriamo è un ‘rendimento di grazie a Dio per i suoi doni, soprattutto per il dono della sua Parola, che oggi abbiamo intronizzato, e del pane di vita, segni della sua presenza in mezzo a noi. La Giornata della Parola che celebriamo, oltre a portarci l’attenzione su un testo che ogni cristiano è chiamato ad avere e ad amare, porta l’attenzione su chi aiuta a leggere, a meditare la Parola, a custodirla nel proprio cuore: il ministero del lettore. Caro Giorgio, in questa Giornata della Parola, è bello che tu riceva il Lettorato, come ministero di un cammino verso il Diaconato, ma anche come segno dell’importanza della Parola nella vita di ogni credente e della comunità cristiana. Insieme con te, Giorgio, con la tua famiglia che ti accompagna in questo cammino e con voi, cari fratelli e sorelle, ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio e rendiamo grazie e lodiamo Dio. La pagina del profeta Isaia è attraversata dalla gioia al termine di un cammino non facile. E’ la gioia della ricerca. E’ la gioia dell’incontro. E’ la gioia – scrive il profeta Isaia – di chi lavora e raccoglie i frutti o di chi li condivide. E’ la gioia della libertà, dopo un periodo di schiavitù o di persecuzione. E’ la gioia di una terra, la Galilea. La sottolineatura di questo testo, spesso collegato all’Incarnazione, al Natale, riguarda la necessità del cammino, dello scoprire nuove strade, la via della terra e la via del mare. Chi non si mette in cammino rischia di rimanere nell’oscurità, nelle tenebre di ciò che si è sempre fatto, senza motivazioni, o di ciò che non si è mai scoperto. I cristiani sono gli uomini della strada, della missione, che deve essere orientata anzitutto dalla Parola di Dio e dal Magistero, che ne è il primo interprete. Caro Giorgio, oggi di viene consegnata la parola di Dio, perché tu la faccia camminare, non la tenga solo per te, per un tuo semplice nutrimento personale, ma diventi nutrimento familiare, con tua moglie e i tuoi figli, come la tua Chiesa domestica, nutrimento di questa tua comunità di S. Agostino e unità pastorale con il Corpus Domini di domani, perché arrivi a tutti, possa essere per tutti un dono di cui rendere grazie, perché tutti possano uscire dall’oscurità e trovare la luce. Con il Vangelo ritorniamo in Galilea, dove ritroviamo Gesù in cammino da Nazareth a Cafarnao. Gesù esce di casa per essere luce delle genti. La sua predicazione è un invito alla conversione e accompagnata da guarigioni. E nel cammino chiama: prima due fratelli, Simone e Andrea, pescatori; poi ancora due fratelli Giacomo e Giovanni, anch’essi pescatori. Gesù ha bisogni di apostoli, di ministri come amici e testimoni. L’annuncio del Vangelo non si fa in solitudine, ma insieme, si cammina insieme per annunciare il vangelo del Regno. Caro Giorgio, la Parola che ti viene data falla camminare in compagnia di altri, di una comunità, di una Chiesa, perché insieme ascoltiamo e insieme annunciamo la Parola. Fai anche ‘gustare’ questa parola – come diceva il Beato don Giacomo Alberione – perché il suono della voce del Padre e del Figlio diventi ricco nutrimento per la mente e per il cuore, affinché diventi vita, terreno fertile che produce «ora il novanta, ora il sessanta, ora il trenta». Oltre lo stile del leggere dobbiamo imparare insieme anche lo stile del parlare, annunciare il Vangelo, ci ricorda Paolo nella pagina ai Corinzi. Anche qui ritorna il valore dell’unità, nel sentire e nel parlare, senza divisioni. Anche nell’interpretazione della Parola di Dio, con i diversi metodi e stili, è importante anzitutto comunicare ciò che è condiviso, con semplicità anzitutto, anche con originalità. Paolo ricorda che il Signore lo ha mandato ad “annunciare il Vangelo” non tanto con la sapienza di parola, ma con la testimonianza della vita. Il Lettore è un testimone della Parola di Dio, perché cammini dappertutto. Il lettore è anche un poeta della Parola, perché aiuta a gustarne non solo il senso, ma anche le singole parole della Scrittura, perché diventino nutrimento del cuore nella lectio divina. A questo proposito mi piace ricordare le parole del card. Carlo Maria Martini, scritte per l’introduzione a una guida alla lettura della Bibbia: “La tradizione cristiana, per esprimere questo atteggiamento spirituale di fronte al testo sacro, ha coniato un’espressione forte, pregnante: lectio divina. Il nostro introdurci nel mondo della Scrittura ha senso se si arriva a questa dimensione, altrimenti rimane arida conoscenza, erudizione, studio infruttuoso per il nostro «sentire» cristiano”. Cari fratelli e sorelle, caro Giorgio, rendiamo insieme grazie a Dio per il dono della Parola e del pane di vita, doni per la nostra crescita e testimonianza cristiana, doni per il nostro cammino insieme. Così sia.

Venite dietro a me!

Gli inizi sono sempre molto intensi. E molto emozionanti. Matteo racconta in modo semplice e insieme solenne i primi momenti della vita missionaria di Gesù (4,12-23). Dopo essere stato nel deserto quaranta giorni per mettere in chiaro le idee con il nemico quanto al suo modo di essere Messia (non con il potere, non con il successo, non con il possesso), Gesù capisce che l’arresto del Battista è il segno divino per iniziare lui a predicare. Vediamo alcuni elementi di queste prime note della stupenda sinfonia che è l’opera del Signore.

Anzitutto sceglie la Galilea. Zona di confine, zona di periferia, zona di ‘contaminazione’ con altri popoli. Non parte da Gerusalemme. L’intervento di Dio nella storia è sempre così, dove non te lo aspetti, anche fuori dai circuiti ufficiali. Perché tutti sono candidati alla conversione e all’accoglienza del Regno!

Le prime parole sulla bocca del Signore sono esattamente quelle che il Battista pronunciava da qualche tempo: «Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino». Un appello appassionato che parte da una constatazione: s’avvicina la signoria di Dio, la sua voglia di governare bene il mondo, di mostrare la sua sapienza che non ha pari, unica via di pace autentica e di vita buona per l’umanità. La Presenza di Dio operante nella storia è nella persona di Gesù di Nazaret, nella sua parola, nei suoi sguardi, nei suoi gesti di accoglienza e di dono. Allora come oggi. È solo davanti allo spettacolo della persona di Gesù che può scattare la voglia e la decisione di ‘convertirsi’, cioè di cambiare modo di pensare, di vedere le cose e le persone e i fatti, e conseguentemente il modo di parlare e agire. Chi rimane affascinato dalla bellezza e dalla sapienza del Signore, s’accorge che i suoi pensieri e i suoi progetti sono proprio gretti e poveri. S’accorge che la forza di maturità personale e di proposta di vita fraterna che viene da Gesù non ha pari.

Qualcosa del genere devono aver vissuto quelle due coppie di fratelli (Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni) che si sono sentiti gli occhi di Gesù addosso, con la sua proposta di andargli dietro. Lasciare famiglia e barca e lavoro per lui è stato possibile solo perché l’intuizione (forse ancora debole in quel momento) della sapienza del progetto di Gesù era accompagnata dalla gioia di poter condividere il cammino con una persona così buona e in gamba.

Dietro a Gesù, anche oggi, ci si va per contagio, e questo ci interroga molto: siamo contagiati e contagiosi?

Dietro a Gesù, anche oggi, ci si va Insieme. E anche questo ci interroga molto: abbiamo una fede solitaria o veramente fraterna?

La giustizia della Trinità

Commento al Vangelo dell’8 gennaio 2023.

Tutte le feste natalizie ci hanno rimesso davanti allo spettacolo della incarnazione del Figlio di Dio, per noi e per la nostra salvezza. Nella solennità di oggi, il Battesimo di Gesù, il nostro sguardo è portato ancora più nel profondo, al principio della nostra esistenza e della nostra salvezza, al compimento della nostra vita, verso il quale siamo indubbiamente incamminati: alla Trinità. Raccontando del battesimo di Gesù al giordano, Matteo ci mette davanti ad una vera teofania (Mt 3,13-17): per la prima volta nella storia del cosmo, le tre persone divine si manifestano visibilmente.

Il Figlio è Gesù di Nazaret, che s’è messo in coda con i peccatori per farsi battezzare da Giovanni, e mostra così la scelta di Dio di farsi compagno di viaggio degli uomini e condividere in tutto la condizione umana, eccetto il peccato, dal quale proprio il Figlio è l’unico che può aiutare tutti a prendere le distanze. Il battesimo nel Giordano è l’immersione della seconda persona della Trinità nel caos della storia per risanarlo e dargli la autentica vita d’amore di Dio, rovinata dal peccato.

Lo Spirito si posa su Gesù uscito dall’acqua come una colomba: Gesù è il vero depositario dello Spirito, perchè lo Spirito è il legame d’amore personale di infinita estasi, kenosi e sintesi tra il Padre e il Figlio, dai quali ‘procede’, cioè sgorga come limpida acqua e fresca dalla roccia. Il Padre e il Figlio si amano così interamente, si riversano l’uno sull’altro in modo così pieno che il loro Amore è un essere personale.

La voce del Padre risuona misteriosamente dal cielo per dichiarare la identità di Gesù. Quel nazareno è in relazione strettissima con Dio Padre: ne è il Figlio. Gesù non lo puoi pensare se non in relazione al Padre. Una relazione (sottolinea con particolare insistenza quella voce dal cielo) che è «suo», gli appartiene con gioia, è «l’amato» infinitamente, è un Figlio in cui ha «posto il suo compiacimento». Trabocca dalla voce caldissima del Padre la comunione infinita che lega le persone della Trinità dall’eternità e per l’eternità.

Noi veniamo da lì. Il battesimo ce ne da certezza. Noi andiamo lì, se vogliamo: il percorso della nostra vita è un cammino di figli adottivi (siamo già sicuri di esserlo) chiamati a maturare nell’amore ed esprimere l’amore della Trinità nella storia. Ognuno con doni e carismi diversi, in uno stupendo caleidoscopio di vocazioni all’amore.

Candidatura di Giorgio Maghini

L’8 gennaio 2023, nella Messa delle ore 11 a S. Agostino, il nostro parrocchiano Giorgio Maghini è stato ammesso tra i Candidati al diaconato permanente.

Il diaconato è uno dei tre gradi del ministero ordinato, la cui pienezza è nel vescovo. I diaconi sono Sacramento di Cristo Servo, nel ministero della Parola, della Liturgia e della Carità.

Per molto tempo il diaconato nella chiesa è stato vissuto solo come preparazione al presbiterato, ma da qualche decennio è stata riscoperta e approfondita l’identità del diaconato come ministero particolare, a cui possono essere chiamati anche uomini sposati.

Il rito della Ammissione tra i candidati al diaconato permanente (‘Candidatura’) consiste in un primo riconoscimento da parte del vescovo della disponibilità a camminare assieme alla Chiesa diocesana per la formazione e la verifica della autenticità della chiamata. Anche la famiglia del futuro diacono (la moglie Laura e i figli Jacopo e Chiara) è coinvolta nel discernimento vocazionale.

Giorgio, classe 1963, è pedagogista e counsellor ad indirizzo sistemico-relazionale. Si occupa attualmente dell’ufficio comunicazione dei servizi educativi del Comune di Ferrara. Obiettore di coscienza, è stato Insegnante di sostegno e, in seguito, coordinatore pedagogico nella scuola dell’infanzia. Attualmente coordina un gruppo di Insegnanti di Religione, coi quali riflette sulla comunicazione della spiritualità nel mondo multiculturale. Ha insegnato “Teorie della comunicazione” all’Istituto di Scienze Religiose di Ferrara ed è attualmente docente di pedagogia alla facoltà di Logopedia di Ferrara. In diocesi è segretario del Consiglio Pastorale diocesano e docente di metodologia alla Scuola di teologia per laici Laura Vincenzi.

Debito di gratitudine

 

 

Sono dieci i lebbrosi guariti da Gesù, mentre attraversava la Samaria e la Galilea per recarsi a Gerusalemme. Solo uno ritorna a ringraziarlo. Era uno straniero, non appartenente al popolo ebraico. Un samaritano, un supposto senzadio. Da lui, tuttavia, proviene l’unico gesto di gratitudine per la guarigione insperata, che il grido di pietà verso Gesù ha reso possibile.

Nel tempio, dove Gesù aveva loro ordinato di recarsi per rendere ufficiale la loro guarigione, essa sarebbe stata attribuita a Dio, ma lungo la strada non può dipendere che da Gesù, invocato con fiducia da tutti i dieci lebbrosi. La sua parola è stata sufficiente per operare il portento, che li ha sottratti dalla segregazione sociale e, nell’immaginario religioso, li ha liberati dalla conseguenza di colpe morali, evidenziate popolarmente dalla lebbra. Il miracolo li ha immessi gratuitamente nello stato di persone libere, permettendo loro di vivere senza più nessun vincolo e di inserirsi nella società senza nessun pregiudizio.

L’evento della guarigione ha lasciato nove lebbrosi su dieci nell’indifferenza verso il loro benefattore. Forse non lo ritenevano tale. Pensavano di sdebitarsi al tempio, offrendo il sacrificio previsto dalla legge (Lv 13,45-46). Abituati dalla loro religiosità, non ritenevano che un uomo potesse esercitare un potere tipico di Dio. Ma non è così per il samaritano. Più concreto e meno farcito di tradizioni religiose, non esita a riconoscere Gesù come la causa della sua guarigione. Il suo ringraziamento è la perla del buon senso, ma anche la testimonianza che l’uomo Gesù agisce con un potere divino. Una realtà straordinaria, che sovverte ogni concezione religiosa ed obbliga a riconoscerlo, tra gli uomini, l’unico che comunica loro la potenza di Dio, liberandoli dal male, che li priva della vita.

La novità di Gesù viene percepita da chi lo avvicina oltre ogni pregiudizio, anche religioso. La sua azione è attestata come buona perfino da un ladrone, che ne condivide la pena di morte (Lc 23,39-43). Riconoscere la bontà di Gesù sconvolge il proprio mondo, che finora non ha sperimentato nulla di simile e trova in lui la liberazione dalle restrizioni fisiche e morali, impostaci dalla nostra cattiva condotta morale o dalla condizione umana. Il legame, che possiamo stabilire con Gesù, è ancora oggi la sua parola, che ha lasciato traccia nella Scrittura, creduta e annunciata dalla comunità cristiana. Ma anche questa relazione esige la disposizione di vedere e ascoltare oltre ogni superficialità, per giungere alla fede in lui, senza la quale ci sfugge la sua missione di essere il salvatore degli uomini.

Oggi abbiamo bisogno di tornare alla concretezza della fede cristiana e fissare Gesù come l’unico salvatore. La sua realtà di uomo ci orienta a fare attenzione alla sua vita, alle sua parole e alla comunità dei discepoli, con la quale ha voluto condividere la grazia di essere segno della presenza di Dio fra gli uomini.

Spesso si sente dire che «Dio è ovunque» e «Mi rivolgo a Dio direttamnete senza bisogno di andare in chiesa». Nessuno dubita della presenza universale di Dio. Nessuno dubita che ovunque, soprattutto all’interno della nostra coscienza, possiamo alimentare la nostra relazione con lui. Tuttavia dobbiamo conservare la lucidità spirituale di lasciare libero Dio nello scegliere come farsi presente tra di noi. Guardando alle testimonianze religiose del popolo di Israele e della Comunità cristiana, ci rendiamo conto che è tra noi attraverso Gesù Cristo, il quale agisce ancora oggi nella e attraverso la Comunità cristiana, ossia la Chiesa. Essa è, secondo san Poalo, il Corpo di Cristo (Col 1,18.24), ossia l’elemento visivo della sua personalità. Allontanarsi dalla Chiesa è affidarsi alle proprie capacità, limitate e insidiate dal peccato. La coscienza dell’uomo è sì luogo di responsabilità morale, ma è insidiata dal peccato, che distorce la nostra valutazione e ha tutto l’interesse a farci deviare dalla verità. L’uomo Gesù, unico mediatore tra Dio e gli uomini (1Tm 2,5), è la strada (Gv 14,6) della salvezza, presente oggi nella comunità cristiana. Dobbiamo prendere coscienza che Gesù Cristo è Dio. Storicamente Dio è «cristiano», ossia presente nella nostra vita in Cristo Gesù.

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

Il buon Samaritano

Le parole non bastano. Soprattutto nei riguardi di Dio non possiamo credere di essergli graditi, se ci fermiamo a delle belle preghiere o a delle prediche interessanti. La vera pietà passa attraverso la vita e le azione concrete di ogni giorno. Non è una sensibilità d’oggi. Già il profeta Isaia dell’ottavo secolo prima di Cristo scriveva: «Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso per me è un abominio, i noviluni, i sabati e le assemblee sacre: non posso più sopportare delitto e solennità… Imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendte giustizia nall’orfano, difendete la causa della vedova» (Is 1,13ss). Non è un testo moderno, ma secondo il pensiero di Dio.
Siamo d’accordo anche con San Giacomo, che nella sua lettera scrive: «Insensato, vuoi capire che la fede senza le opere non ha valore?» (Gc 2,20).
La parabola del Buon Samaritano mi ricorda la mia prima Messa nella solennità di una chiesa gremita e di un paese in festa. La predica è stata pronunciata con calore da un mio amico sacerdote, prete operaio dell’antica diocesi di Comacchio. Commentando le reazioni del sacerdote, del levita e del commerciante, ha innescato un tripudio di ideologia sociale, che abbatteva lo spirito devozionale di certuni ed esaltava la solidarietà della classe operaia! Il buon parroco rispettò la sacralità dell’omelia, ma prima delle benedizione finale, quando doveva prendere la parola, cominciò una filippica contro l’interpretazione socialista della parabola. E passò dalle parole ai fatti, non permettendo più che l’amico sacerdote potesse celebrare una messa festiva! Storie di uomini. Storie importanti, guardando al magistero di Papa Francesco, che oltre ogni politica ci richiama la necessità di guardare l’uomo nel povero e negli scarti della società.
La parabola evidenzia l’identità del discepolo di Gesù. Anzi sostiene che l’opera di evangelizzazione non è fondata sulla parola predicata, ma sulla parola vissuta. La carità, che ci rende prossimo all’uomo, non è disgiunta dall’amore di Dio. San Luca lo rende chiaro, proponendoci in sequenza il buon Samaritano e la contemplazione di Maria, che leggeremo la prossima settimana. I due brani insieme formano la vera identità del cristiano. Il buon Samaritano non giustifica o privilegia nessun atteggiamento sociale o socialista, ma lo rende rilevante per esprimere l’atteggiamento più radicale, che è l’amore dell’uomo verso Dio. Le due realtà sono abbarbicate l’una all’altra, come viene espresso da Gesù nel criterio per ottenere la vita eterna: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10,27). Del resto i Santi, tra i quali Madre Teresa di Calcutta come loro antesignana, hanno trascorso la loro vita tanto davanti all’altare in preghiera personale e prolungata quanto ai piedi della sofferenza umana nella realtà dei poveri e ammalati di ogni tipo.
La parabola del buon Samaritano è necessaria alla vita cristiana quanto lo sia la preghiera e il silenzio dell’adorazione. L’una si mantiene con l’altra, perché non si tratta di risolvere i problemi sociali, ma di salvare l’uomo dalla solitudine, generata dal peccato. Il cristiano porta nel mondo e la vive quella carità, che lo unisce a Dio. E questa si esprime nelle sue relazioni, quando si fa prossimo di tutti, anche dei nemici o di coloro che gli fanno del male, perché l’amore di Dio lo mette in contatto con tutti coloro che sono creati a sua immagine (Gen 1,27).
L’attitudine del buon Samaritano non si impara in nessun libro e non è appannaggio di nessuna struttura religiosa. Ognuno deve fare il proprio cammino verso Dio per incontrarlo concretamente in coloro che lo rendono presente ad ogni età e in ogni forma.
Il rinnovamento della fede e la sua vera espressione esigono la relazione con Dio, che si manifesta nell’atteggiamento concreto di rispetto verso ogni persona, soprattutto verso coloro che non possono darti nulla in cambio, ma che ti offrono la possibilità di agire come Dio, che non fa nessuna differenza, facendo sorgere il suo sole sul campo del giusto e dell’ingiusto (cf Mt 5,43-48).

P. Tiziano Pegoraro rci

In missione

Dal tempo del Concilio Vaticano II (1963-1965) abbiamo sentito ripetere con determinazione che la vita cristiana è missione. Non si tratta di spiritualizzare la nostra vita quotidiana, ma di considerarla nel suo reale contesto, all’interno della comunità, che il Signore Gesù invia a tutti gli uomini (cf. Mt 28,20).
Ogni fedele cristiano è missionario. Non vive per se stesso, ma è chiamato a collaborare all’opera di Dio. Non si tratta di compiere cose straordinarie, ma di vivere in modo straordinario le responsabilità dal proprio stato di vita. E’ necessario chiedersi se sono e mi sento partener di Dio o sciolto da ogni responsabilità nei suoi riguardi come unico artefice della mia vita. Questa concezione individualista è contraria alla natura della vita cristiana.
San Paolo parla di «essere nuova creatura» (Gal 6,15). Pensa alla natura dell’uomo, non alle relazioni superficiali, mutevoli, coreografiche e di facciata. L’uomo cristiano è una creatura nuova. Pur inserito nella propria storia di persona con il proprio DNA, egli è totalmente nuovo per la fede. In questo aggettivo «nuovo» dobbiamo sentire la novità, che proviene da Dio, l’unico che è novità di vita. Il mondo degli uomini, infatti, per quanto sembri vario e nuovo, è sempre lo stesso. Il saggio Qoelet lo afferma come deduzione dall’esperienza degli eventi umani: «Non c’è niente di nuovo sotto il sole. C’è forse qualcosa di cui si poossa dire: “Ecco questa è una novità?” Proprio questa è già avvenuta nei secoli che ci hanno preceduto» (Qo 1,9-10). Nell’uomo è possibile la novità solo in base alla sua comunione con Dio mediante il battesimo.
Una delle novità nella storia umana è l’esultanza della città di Gerusalemme per il rientro dei suoi cittadini dalla deportazione. Li accoglie come la madre i figli e a loro si offre come sorgente di delizia e prosperità. Non è la città degli uomini, ma la città nella quale Dio manifesta affetto per i propri figli e supremazia contro ogni potenza distruttrice.
La stessa opera di riabilitazione si realizza nell’evangelizzazione, che i discepoli di Gesù compiono nel mondo in suo nome. Essa ha lo scopo di render presente il regno di Dio. Regno non nel senso di dominio monarchico, ma nel senso di potere assoluto, che annienta il male e la morte. Non si tratta di immaginare, ma di constatare come il Figlio obbediente al Padre, pur disprezzato e rifiutato dagli uomini, è l’unico che detenga il potere sulla morte. Con la sua risurrezione Gesù ne dimostra l’incapacità contro l’uomo.
Solo il cristiano può manifestare agli uomini quest’opera vincente di Dio. Il cristiano, che è nuova creatura e vive la propria fede come essenza della propria esistenza. Ad ogni cristiano è dato lo Spirito di Dio, che lo rinnova. Unica esigenza è riconoscere la propria dipendenza da lui, come un figlio dai genitori, e lasciarsi nutrire dalle certezze, che provengono da Gesù e dalla sua Parola.
Il dramma è la nostra libertà. Pur inseriti nei potenti effetti dell’opera di Dio, è necessario riconoscere in lui l’origine e credere alla sua Signoria.
La Chiesa è consapevole che la propria sussistenza proviene da Dio, che nell’uomo Gesù ha trionfato tale da renderlo suo Servo fedele. Essa pone la propria confidenza nel Padre di Gesù e di lui ne ha ricevuto lo Spirito così da implorare i collaboratori alla sua opera di salvezza. Non cessa di pregare il signore della messe, perché ogni cristiano corrisponda al dono ricevuto e viva come un realizzatore del suo piano di vita.
Mentre la Chiesa previlegia la relazione unitiva con Dio nella preghiera, essa non cessa di corrispondere alla propria vocazione e di vivere come creatura nuova, identificandosi nell’annuncio, che propone agli uomini.

P. Tiziano Pegoraro rci

Il mistero di Dio

“Mistero” è la parola giusta per definire la realtà dell’unico e vero Dio. Una realtà che non possiamo fare rientrare negli schemi della nostra struttura logica, altrimenti Dio potrebbe subire tutte le variazioni, di cui siamo capaci nel difficile cammino verso la verità. Ne abbiamo un’idea, come lo testimonia tutta la documentazione storica, per la quale Dio risulta essere sempre stato un punto di riferimento dell’uomo. L’ateismo, ossia la negazione intellettuale e pratica di Dio, è un fenomeno sempre presente, ma marginale nell’esperienza degli uomini.
Il mistero della Santissima Trinità non riguarda l’esistenza ma la natura Dio. Non si tratta di ricercare un’immagine figurativa della sua presenza, ma come si differenzia dagli altri esseri per affermare la propria individualità. Per definizione, Dio non può essere classificato tra gli esseri, che abbiano ricevuto vita e esistenza. Egli è l’eterno e l’assoluto. Eterno, perché è da sempre senza alcun principio o fine. Assoluto, perché non si può concepire l’esistenza di un altro essere simile e uguale a lui nelle sue stesse caratteristiche. Per cui è anche l’unico. Sono concetti, che si ritrovano nel pensiero religioso dell’umanità. Una sua deviazione è il politeismo, che concepisce una pluralità di essere divini, ciascuno con una propria caratteristica. Sono esseri non assoluti, non eterni ma limitati, e quindi falsificazioni della realtà di Dio. Tutte le forme di religione, di origine umana, sono politeiste, inadeguate e erronee nel concepire la natura di Dio.
Accolta la realtà di Dio assoluto ed eterno, l’uomo si chiede: “Quale è la natura di Dio?”. Una domanda ardita. La buona filosofia ci dice che la domanda su una natura superiore da parte di un essere di natura inferiore, non potrà mai trovare risposta adeguata, come dal meno non si può ricavare il più.
Per conoscere la natura di Dio, è Dio stesso che ce lo deve dire. L’uomo non giunge alla conoscenza della natura di Dio con la propria ragione. Sarebbe come rendere Dio inferiore all’uomo, come avviene in ogni forma di conoscenza che rende gli esseri disponibili alla verifica e alla manipolazione, proprio per il fatto di conoscere la struttura della loro natura.
Solo la rivelazione di Dio può dirci quale sia la sua natura. Rivelazione, nel contesto di Dio, è un termine cristiano. Esso suppone la relazione tra Dio e l’uomo, e l’iniziativa di Dio di rivelargli quanto l’uomo non può giungere a conoscere secondo verità. Ma suppone anche la capacità dell’uomo di recepire quanto lo supera. E’ quella dimensione spirituale, per la quale l’uomo accoglie realtà, che superano la visione materiale degli esseri. Tutta la letteratura cristiana, in particolare San Tommaso d’Aquino, afferma che l’uomo è “capace di Dio”, ossia idoneo a recepire la realtà di Dio nella sua vera natura.
L’oggetto della rivelazione è Dio. “Piacque a Dio nella sua bontà e misericordia rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediate il quale per mezzo di Gesù Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della sua divina natura (cfr. Ef 2,18; 2Pt 1,4). Con questa rivelazione infatti Dio invisibile (cfrt. Col 1,15; 1Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (DV 2).
Dalla rivelazione conosciamo la relazione interna a Dio, che lo costituisce nell’unità di tre Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Tale rivelazione si opera in modo diretto con la presenza di Gesù, Figlio di Dio, il quale si è fatto uomo da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo. Nella sua presenza storica Gesù ha rivelato alla maniera umana la natura di Dio, che è amore (1Gv 4,8), cioè relazione tra esseri di uguale natura e dignità, individuali e distinti, che la riflessione teologica ha definito come Persone della Santissima Trinità, ossia Persone che costituiscono Dio.
La rivelazione non è stata fatta per aggiungere conoscenza alle tante conoscenze dell’uomo, ma per rendergli possibile di intraprendere un cammino verso la verità e giungere alla comunione con Dio. La rivelazione è come la chiusura del cerchio per permettere a Dio di manifestare piena intimità con l’uomo e all’uomo di disporsi ad assumere la propria massima dignità, entrando in comunione con Dio. Semplicemente si può dire che lo scopo della rivelazione non è intellettuale, ma salvifico. Essa consente all’uomo di vivere secondo la verità, facendo di se stesso un essere amato da Dio e disposto ad amare, imitando Dio.

P. Tiziano Pegoraro rci

La città di Dio

Sant’Agostino ha fatto di questa espressione il titolo di una sua meravigliosa opera letteraria. L’ha tratta dall’Apocalisse, di cui la Liturgia ci offre oggi il brano. La città è simbolo dell’integrazione fra Dio e il suo popolo. Il tono dell’indistruttibile comunione è data dalla scomparsa di ogni simbolo religioso e civico nella città. Scompare il simbolo e si giunge alla realtà del suo significato. La funzione pedagogica del simbolo non ha più senso, perché è giunto il tempo della realizzazione del suo significato.
Il nome della città richiama la Gerusalemme storica, ma la trascende per divenire in modo perfetto l’ideale della sua esistenza, qualificata essenzialmente per essere la città del re di Israele, la speranza del suo popolo e il luogo della presenza storica di Dio. Ora essa risplende di gloria, quella che la dinastia davidica non le ha potuto ottenere. E’ la gloria di Dio, che le assicura ogni ricchezza e rinomanza. Lo splendore della nuova Gerusalemme (Ap 21,2) si impone a tutte le città e nazioni tanto che tutte saliranno da lei per prendervi dimora. «Mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, cioè da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo spkendore è simile a quellon dinuna gemme prerziosissima, come pietra di diaspro cristallino» (Ap 21,10s).
E’ una città solida. La comunità cristiana, infatti, pone la sua sicurezza sulla parola di Dio, ascoltata e messa in pratica (Mt 7,24-25). L’incontro con Dio si compie nella storia e negli eventi, che manifestano la sua volontà. Prima di tutto il Figlio Gesù, vero uomo. Egli ha chiamato al suo seguito discepoli, resi fedeli per il dono dello Spirito, che ricorda loro tutte la parole di Gesù per metterle in pratica (cf Gv 16,13).
Nella città essi occupano il posto di solide mura e porte sempre aperte (Ap 21,25), che consentono difesa e accoglienza di tutti coloro che vi riconoscono la via della salvezza. I nomi dei discepoli, scritti su ogni porta, indicano la loro opera di evangelizzazione a tutti i popoli, presso i quali soni giunti. I discepoli di Gesù sono dodici, poiché trasmettono la benedizione di Dio ad Abramo a tutta la sua discendenza, che nella storia si è manifestata nelle dodici tribù di Israele. La sua vera discendenza non è quella fisica, ma coloro che vivono della sua stessa fede, per la quale egli è stato giustificato (Rm 9,6-12).
La città ha le porte aperte ai quattro punti cardinali. Non si chiude in se stessa, ma si apre alla storia e trova sempre modo di svelare l’amore di Dio. La sua struttura solida la rende sicura contro ogni erosione, alla quale sono destinate le realtà, fondate sulla precarietà del pensiero umano. La parola di Gesù maestro comunica la solidità di Dio, così che i suoi discepoli possono affrontare le insidie dell’incertezza di ogni dottrina, limitata alla scienza dell’uomo.
La religiosità, tipica di ogni società umana, manifesta il suo limita, quando si rivela l’amore di Dio. Qui si manifesta la natura dell’amore, che tende verso l’altro e lo gratifica dei propri doni, non in vista di una ricompensa, ma unicamente per il suo bene. L’amore di Dio, manifestato in Gesù, fugga ogni egoismo così da eliminare ogni distanza e fondare i due cuori in uno così che si viva nell’unità dell’amore. In questo senso nella Gerusalemme santa e nuova non si trova né tempio né altare. Scompare anche la funzione degli astri, che per natura illuminano l’universo e ne regolano il tempo.
La città non soffrirà più l’alternanza del giorno e della notte, che comportano insicurezza e pericolo. Sarà illuminata perennemente dallo splendore di Dio, conosciuto e rivelato nell’amore di Gesù, che ha perdonato il peccato e i peccati dell’uomo, allontanando ogni tenebra. Per lui, infatti, l’uomo è riconciliato con Dio e con i fratelli e inserito nella sua luce eterna: «la gloria di Dio la illumina e la sua lampada e l’Agnello» (Ap 21,23).
In questa città di Dio, che è la nostra comunità cristiana, sono introdotti i nostri ragazzi e ragazze, che sono ammessi per la prima volta alla santa Eucarestia. Un evento straordinario, che li accompagna per tutta la vita e diventa il loro nuovo punto forza per costruire la loro vita, come missione cristiana.

P. Tiziano Pegoraro rci

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