L’abito nuziale

 

 

 

           La Bibbia ha un linguaggio, che bisogna decodificare. La parabola del pranzo di nozze del figlio del re è riportata sia da Matteo che da Luca (14,15-24), ma solo il primo ne allarga il racconto con la cacciata dell’invitato, che non portava l’abito nuziale. Per Matteo è un elemento essenziale. Con l’evangelista Luca egli concorda nel presentare l’estrema generosità del re, che, al rifiuto degli invitati di rango, manda a reclutare i diseredati dai cantoni delle strade o da sotto i ponti, dovunque li abbia condotti la miseria. Siano essi i commensali al banchetto di nozze del principe! Ma vi aggiunge anche il particolare che ognuno debba indossare l’abito da festa, buttando via i cenci della povertà. Dovevano passare dallo spogliatoio e uscirne belli e profumati, pronti per l’evento più importante del regno e, forse per loro, per l’unica volta nella vita. Continua a leggere L’abito nuziale

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I vignaioli omicidi

 

 

           La parabola dei «Vignaioli omicidi» è la seconda delle tre, che Gesù pronuncia nel tempio di Gerusalemme pochi giorni prima della sua passione. Tra gli evangelisti sinottici la versione di Matteo presenta un testo narrativo più elegante. Con Luca sottolinea che l’estromissione violenta dell’erede dalla vigna è portata a termine con l’uccisione da parte degli affittuari. Solo Matteo richiama che i nuovi vignaioli saranno fedeli nel consegnare i frutti del raccolto. Sono una popolazione, che subentra a Israele, ed eredita il regno di Dio a lui promesso. Continua a leggere I vignaioli omicidi

I due figli

 

 

 

           Il contesto di un evento ha il suo peso per comprendere il senso di quanto si dice o accade. La parabola dei due figli è stata detta all’interno del tempio di Gerusalemme, a pochi giorni dalla condanna di Gesù e alla presenza delle massime autorità religiose e sociali di Israele: i capi dei sacerdoti e gli anziani. Di fronte a loro Gesù si esprime con libertà e senza paura allo scopo di aiutarli a decifrare gli eventi, che stavano per accadere.   Egli porta loro l’esempio di un padre che ha due. Al primo ordina di andare a lavorare in campagna. Il ragazzo si rifiutò. In seguito vi rifletté, si pentì ed vi andò. Il secondo rispose con garbo che sarebbe andato, ma in pratica se la filò via. Gesù domanda alle autorità d’Israele: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Rispondono ovviamente: «Il primo». L’applicazione della parabola li bolla di incapaci a comprendere i segni dei tempi, loro che per missione indicavano alla gente il senso della storia. Non hanno compreso nulla di Giovanni il Battista, che si dichiarava il precursore del Messia (cfr. Mt 3,11). Non hanno loro detto nulla neanche le numerose conversioni dei reietti della società ebraica: pubblicani e prostitute. Coloro che le guide d’Israele ritenevano esclusi dall’alleanza e dalla bontà di Dio sono i primi ad incamminarsi sulla strada della conversione e dell’incontro con il Salvatore. Continua a leggere I due figli

La bontà di Dio

 

           Siamo sconcertati alla lettura della parabola sugli «Operai della vigna». Gli ultimi, assoldati solo per l’ultima ora di lavoro, sono pagati come i primi che hanno lavorato nella vigna fin dal primo mattino. Il padrone sta ai patti e paga i primi con un denaro convenuto. Tutti gli altri, a partire dagli ultimi, ricevono la stessa paga. Nulla da discutere. Come lui afferma, non può usare del suo denaro come vuole? Certo. Si dimostra ingiusto verso i primi? Non mi sembra. Materialmente non li froda. Certamente vedendo tanta generosità verso gli ultimi, i primi avrebbero diritto ad un trattamento altrettanto generoso. Cosa dice questa ultima parabola, proposta prima della dichiarazione di Gesù sulla sua passione e risurrezione? Continua a leggere La bontà di Dio

Il perdono

 

 

 

 

 

           Come l’amore reciproco così il perdono costituisce una caratteristica del cristiano. Nulla è scontato, perché il perdono non rientra nella natura dell’uomo. Fin dall’antichità si è cercato di regolare la pratica della vendetta come diritto per un violenza subita. Secondo Lamec la vendetta non deve avere misura, deve poter perseguire senza riserve il suo intento che è la cancellazione dell’avversario: «Ho ucciso un uomo per una mia scalfitura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette» (Gen 4,23-24). A un livello di società superiore si è giunti alla forma più ragionevole della legge del taglione: occhio per occhio e dente per dente. La perdita, subita per un atto di violenza, è compensata con un danno equivalente, inferto all’ingiusto offensore. Si raggiungeva così una certa giustizia. In linea di massima la legge del taglione è ancora in vigore negli attuali codici penali, dove la pena è sottratta alla vendetta privata ed affidata alle istituzioni di giustizia, che si regolano con un sistema compensativo, corrispondente al danno subito.

 

  La risposta di Gesù alla domanda di Pietro rientra in un sistema relazionale, dove è presente la realtà del perdono. Pietro, tuttavia, vuole sapere se esiste un limite al perdono, dopo il quale scatta la sanzione. Gesù cancella ogni limite: il perdono è l’ultima e l’unica parola in fatto di giustizia. Un perdono, che si estende quanto grande è l’offesa così che il perdono è l’unica risposta alla violenza, includendone la dimensione sociale, per cui non si denuncia il colpevole, e la dimensione personale, per cui si estingue l’odio e ogni recriminazione. Continua a leggere Il perdono

Le relazioni

 

           L’evangelista Matteo dedica il capitolo 18 alle relazioni tra i membri della comunità cristiana. Tra questi vige la cosiddetta «correzione fraterna», un intervento per migliorare la condotta del fratello. La cultura attuale non accetta questa intrusione. Chi si permetterebbe di fare delle osservazioni, anche ad un amico. Siamo talmente abituati al diritto privato e suscettibili per ogni osservazione che una mezza parola storta genera un casino di reazioni pesanti. Continua a leggere Le relazioni

La seduzione di Dio

 

 

           La confessione del profeta Geremia ci svela l’intimità di ogni persona chiamata a collaborare con Dio. Vi si legge la difficoltà di stare al suo passo e la tentazione di sottrarsi agli impegni, che possono diventare gravosi per l’indifferenza e l’opposizione degli uomini. Ma vi si legge anche l’impellente attaccamento a Dio, avvertito come «un fuoco ardente», che il profeta non trattiene e non può dissimulare. La risposta alla sua chiamata si pone a livello del cuore con quella passione, che travolge la razionalità e si lascia andare alla seduzione di Dio. E’ una questione d’amore, dove Dio è più attivo dell’uomo, lo ama e lo attira a sé per farlo divenire segno efficace della sua salvezza a favore di tutti gli uomini, soprattutto a favore di coloro che gli fanno più resistenza. Di fronte all’amore passionale di Dio il profeta, anche se minacciato di morte a causa della missione in vista del bene dei suoi stessi oppositori, non trova modo per sottrarsi alle esigenze della testimonianza d’amore di Dio verso il suo popolo.

La missione del giovane profeta si compirà fedelmente e si protrarrà per una quarantina d’anni (627-587 a.C.) con l’amara prospettiva di essere inutile di fronte alla testardaggine e all’indipendenza degli abitanti e dei capi di Gerusalemme. Non poteva fare diversamente, altrimenti avrebbe rinnegato se stesso. Quel fuoco interiore lo spingeva a dare adito all’amore di Dio.

Nella decisione di Geremia si comprende l’ammonizione, che Gesù rivolge a tutti i suoi discepoli: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25). Non si tratta di un principio astratto, ma delle conseguenze pratiche dell’amore. Il discepolo costruisce se stesso alla scuola del maestro. Senza di lui, egli si incammina per un percorso individuale dall’orizzonte unicamente umano. La via, percorsa dal maestro, invece passa per la realtà della vita umana fin’oltre la morte, che cede al suo potere. Solo Gesù riaffiora oltre la morte e apre per quanti lo seguono la via, che li conduce alla vita. Tuttavia non si percorre questa strada contro voglia. E’ necessario ricostruire se stessi sulla parola del maestro e, alla fine, tendere ad imitarlo in ciò che è essenziale, ossia nella fiducia verso il Padre e nello svuotamento di se stesso per lasciare spazio ai suoi progetti e alla sua volontà. L’altro percorso, che esalta il proprio individualismo, illude. Fondato sulle capacità umane, non potrà terminare che nella perdita di vita.

Sulla scelta dei percorsi di vita si gioca il successo di ciascuno. Troppo sazi della voglia di apparire e del successo, confidiamo su valori e gusti superficiali. Anche Pietro è caduto in questo errore di valutazione. A Gesù, che si lasciava condurre dal valore supremo di aderire alla volontà del Padre, egli invocava una prudenza umana, che gli facesse evitare lo scandalo del rifiuto. Pensava di aiutare il maestro in una scelta, che gli sfuggiva di vista. Ma la verità sta dalla parte di Gesù.

Il suo discepolo di ogni tempo contesta la società proprio sui valori. La vita non proviene dall’uomo. Gesù l’ha acquistata per sempre, confidando nella volontà del Padre, anche se lo conduceva ad una vera sconfitta di fronte agli uomini. Non è facile introdursi in questa mentalità, ma è possibile. Tutto dipende dalla relazione personale con il Cristo. L’adesione alla sua persona conduce a trascurare altri maestri e altre scelte, che sono sotto il potere della morte. L’adesione alla persona di Gesù inizia con il considerare l’esito finale della sua esistenza, che egli ha protratto oltre la morte fino alla sua sorgente, che è l’amore del Padre. L’adesione a Cristo comporta indubbiamente la necessità di una scelta. San Paolo la esprime nella sua Lettera ai Romani: «Lasciatevi trasformare rinnovamdo il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2).

 

  1. Tiziano Pegoraro rci