Lo Spirito Santo

 

           Con la Pentecoste termina il tempo pasquale. Abbiamo celebrato la risurrezione di Gesù e la nascita della comunità cristiana. Una novità assoluta si è introdotta nella storia umana: la vittoria sulla morte. E’ Cristo l’artefice di questa straordinaria realtà. Ora tocca a noi suoi discepoli renderla presente, prima di tutto vivendo nella nuova dimensione di persone risuscitate e poi infondendo fiducia nei nostri vicini, perché tutti siamo chiamati a pensare al nostro futuro alla luce della risurrezione di Gesù.

Non si tratta di confidare nel nostro impegno. Nulla possiamo fare da soli nella sfera della vita nuova, introdotta da Cristo. Tutto possiamo, seguendolo. Egli non ci lascia soli: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). La sua presenza e la sua azione si rendono attive e presenti fra noi mediante lo Spirito Santo. Dice Gesù: «Egli vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future» (Gv 16,13).

Lo Spirito Santo è all’interno della relazione con il Padre e il Figlio. Quel dialogo, in cui è vissuto Gesù, è lo stesso che anima lo Spirito Santo. L’unione di Gesù con il Padre era una relazione personale, chiusa nell’esperienza di Gesù. L’unione dello Spirito con il Padre e Gesù si allarga a noi: egli infatti è il Paraclito, ossia il Difensore che prende a cuore la nostra condizione e ci protegge contro le insidie del Maligno. Egli crea in noi la stessa relazione di Gesù con il Padre, così che possiamo agire in obbedienza e all’interno del piano di salvezza. E’ questa la verità, ossia la realtà sorta dalla vittoria di Gesù sulla morte.

Lo Spirito ci guida con la parola. Essa proviene dalla sua relazione con il Padre e con il Figlio: «ci dirà quello che avrà udito». In pratica, quanto Gesù ha ascoltato dal Padre e ha rivelato nella sua predicazione e nel suo stile di vita: «Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15).

La parola dello Spirito ci spinge oltre. Ci introduce nel senso di tutta la nostra attività qui in terra. Ci aiuta a guardare oltre il contingente. Ascoltandolo, ci incontriamo con la stessa parola del Padre che ha guidato Gesù. Qui è il senso vero dell’attività dello Spirito: ci permette di modellarci su Gesù e di compiere come lui la volontà del Padre, seguendone lo stile dell’obbedienza, segno di comunione e di intesa.

In questo senso la comunione con Dio è opera di Dio, che si comunica nella parola di Gesù e dello Spirito. La parola ci rigenera e crea in noi ciò che significa, conferendoci la possibilità di far lievitare le nostre capacità e doni così da trasformarli in strumenti duttili al senso della parola. L’opera della rigenerazione è del tutto educativa e trasformante. Si sviluppa mediante l’ascolto della Parola di Dio, che la Chiesa annuncia nel suo ministero. Ogni azione liturgica è un’occasione di ascolto e di accoglienza della parola, che lo Spirito fa pronunciare a coloro che sono stati scelti per proclamarla e farla intendere in tutte le lingue degli uomini.

L’ascolto non è un’operazione fisica o comunque nella sua dimensione fisica deve consentirci di cogliere la parola. Si instaura una relazione, per la quale siamo messi a contato con Dio stesso, che sempre ad Israele si è manifestato con la parola e mai con una immagine di sé o con l’azione di qualche portento. L’unica visibilità di Dio è il Figlio suo Gesù, che è per natura la sua Parola. E’ lui che cogliamo in ogni parola detta dallo Spirito. E’ lui che apre il nostro futuro, dimostrando nella sua carne, vittoriosa sulla morte ed esaltata in cielo, il modo per il quale possiamo davvero collaborare a costruire la nostra vita non più soggetta alla morte.

Tutto il tempo della nostra esistenza è tempo di ascolto di Gesù, che lo Spirito sempre ripropone perché possiamo essere difesi contro il Maligno e giungere alla verità, che è la nostra comunione con Dio, come egli stesso l’ha iscritta creandoci a sua immagine.

 

  1. Tiziano Pegoraro

 

 

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Nuovo scenario

L’Ascensione apre uno scenario nuovo sulla storia umana. L’evangelista Marco la racconta con una terminologia religiosa, che ingloba il mondo visibile e il mondo della fede, affermando che, mentre parlava ai suoi discepoli, Gesù fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Per l’unica volta nel suo vangelo, chiama Gesù Signore, prospettandolo come unica autorità nel mondo. Egli sollecita, infatti, i suoi discepoli a percorrere tutto il mondo, predicando la buona novella ad ogni creatura.

La buona novella è la sua vittoria sulla morte. Una vittoria, che non ha nulla dell’esaltazione personale. Anzi certifica per ogni abitante della terra la possibilità di uscire anch’egli vincitore della propria morte. La predicazione raggiunge lo scopo della liberazione mediante la conversione a Cristo, evitando ogni indottrinamento. La liberazione dalla morte avviene solo con lui, avendola egli sperimentata in prima persona. In lui uomo la vita è inserita nell’esistenza di tutti gli uomini non per automatismo, ma nel passaggio dall’idolatria del proprio ego all’obbedienza della sua parola.

L’assenso alla parola dei discepoli trasforma il sistema di vita e di relazioni. Le insidie della vita, espresse nel dominio del male sotto tutte le sue forme, e le difficoltà di relazione, rese più acute dalla diversità di cultura, sono superate, quando l’uomo si uniforma allo stile di vita di Gesù, ossia all’amore che lo distingue e caratterizza tra tutti.

Nel tempo liturgico della Pasqua il cristiano ha compreso che l’amore di Gesù è frutto della sua obbedienza al Padre fino al sacrificio della croce: è questa la sua vera ascensione. Egli si innalza sopra ogni potenza celeste, umana e demoniaca per assurgere alla condivisione della vita di Dio, che è amore (1Gv 4,8). Si pone al livello di Dio nella propria dignità di uomo, che non si è lasciato sedurre dalle regole del do ut des, ma ha liberamente affrontato l’amore nel dono della propria vita. Ha ricercato immensamente l’altro: il Padre e nel Padre ogni uomo, che tutti vuole salvare dalla morte (cf 1Tm 2,4).

Gesù si qualifica così come il Signore, che supera le avversità nella storia e rimane sempre tra gli uomini, sostenendoli nel cammino verso la vita. Immerso nell’amore di Dio, continua la vicenda umana nei discepoli. Essi annunziano la sua parola di verità e la rendono concreta, facendo sussultare di vita ogni realtà umana. Nell’umile ed esigente ascolto della predicazione l’uomo si libera dal peso delle proprie schiavitù e ascende verso la vita fino alla comunione con Dio.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

 

La vita d’amore

 

           Siamo giunti quasi al termine del Tempo pasquale. Per la prima volta sentiamo parlare del comando dell’amore. Gesù dice: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gi altri» (Gv 15,17).

Parla come se volesse riassumere il senso della risurrezione e chiarire la qualità di vita dei suoi discepoli. Come ricevono il comando della missione verso il mondo esterno, così viene dato loro il comando dell’amore per sostenerli nel loro spirito.

Si parla dell’amore, che il Padre ha verso il Figlio, e dell’amore, che Gesù ha verso di noi. L’uno si riflette nell’altro. Noi abbiamo visto e constatato l’amore di Gesù nel dono della sua vita. Così è anche dell’amore del Padre per Gesù. Egli ha dato tutto al Figlio: ha dato se stesso, perché lo ha generato rendendolo simile a sé. Poiché Dio è amore (1Gv 4,8), Gesù ha amato profondamente, consacrandosi per la salvezza degli uomini mediante l’obbedienza alla volontà del Padre e dando la vita per noi, assumendosi il carico delle nostre colpe e distruggendole nel suo corpo martoriato sulla croce. Proprio perché l’amore è eterno, essendo la natura di Dio, Gesù è stato risuscitato dal Padre e investito dalla vita eterna dell’amore. Ora egli vive per sempre, portando i segni dell’amore, che sono le piaghe della croce. In esse comprendiamo che non esiste amore senza un dono totale di sé, che può giungere fino a dare la vita per la persona amata.

Con la Pasqua e il dono dello Spirito Dio ha generato gli uomini a vita nuova. Essa instaura nei fedeli la vita d’amore di Gesù: vita che è amore. Se non fosse così, non sarebbe vita e noi saremmo ancora nell’oscurità di una vita umana soggetta alla morte. Per questo il comando dell’amore è vero. Poiché l’amore tende a donarsi sempre più, si potrebbe pensare di non poter raggiungere l’obiettivo o che sia un’illusione. Può succedere che ci si stanchi di amare, non ricevendo nessuna ricompensa o non vedendo nessuna corrispondenza. Il comando allora si impone e ci assicura che la strada dell’amore è l’unica possibile per il discepolo di Gesù. Il comando, inoltre, ci fa uscire da noi stessi così da non considerarsi la misura dell’amore.

Gesù parla di un amore, che si realizza nell’obbedienza ai suoi comandamenti. L’obbedienza è la continuazione in noi della parola dell’amato. Obbedire ai comandamenti di Gesù diventa il modo che ci permette di far passare in noi la sua vita. Con la sua parola egli alimenta in noi l’amore e mettendo in pratica i suoi comandamenti ci lasciamo educare, costruendo in noi l’uomo nuovo, creato nella verità di corrispondere alla volontà di Dio e così entrare nella sua relazione d’amore.

La visione della nuova realtà, originata dalla risurrezione, è una rivelazione. Infatti abbiamo prova di tante infedeltà nell’amore causate dall’egoismo dell’amore, in cui l’individuo ricerca se stesso tanto da umiliare l’amato e passare dall’amore all’odio. Credere nell’amore di Gesù ci trasferisce nella relazione di una reciprocità, dove l’uno si dona all’altro. L’amore è il segreto della vita e si impone a quanti la desiderano. Con la Pasqua ci viene svelato il segreto della vita. Ciascuno trova il proprio cammino nella varietà delle espressioni d’amore. Il riferimento a Cristo ci spinge ad un amore totale, il cui orizzonte è lo stesso amore di Dio, che ci è stato donato senza alcun rammarico da Gesù, il quale per noi ha dato la propria vita.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

La vite vera

 

 

           Gli effetti della Pasqua si esprimono mediante due simboli: il buon pastore (Gv 10,11-16) e la vite vera (Gv 15,1-8). I due simboli manifestano la nostra relazione con Gesù Risorto. I due aggettivi dichiarano Gesù pastore «buono» e vite «vera».

La realtà, che non corrisponde al simbolismo, è il popolo di Israele. Le sue guide, ossia i suoi pastori, han cessato di guidarlo secondo la volontà di Dio e sono divenuti dei mercenari (cf Ger 23,1; Gv 10,5). Israele stesso, che si raffigurava nella vigna dipinta all’interno del tempio, ora porta solo uva selvatica (cf Is 5,2). Le sue radici non affondano nel buon terreno, perché l’imitazione dei costumi pagani gli hanno tolto il nutrimento della Parola e dell’obbedienza a Dio. Con una immagine di straordinaria evidenza il profeta Geremia dice: «Il mio popolo ha abbandonato me, sorgente di acua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua» (Ger 2,13).

Come vigna vera Gesù afferma di essere in piena comunione con il Padre, essendo vissuto compiendo la propria volontà in un atto d’amore e di obbedienza al Padre che lo ha reso figlio prediletto. Come vera vite produce uva, dalla quale si estrae il vino ottimo, segno della gioia e della benedizione di Dio. I suoi effetti li vediamo nella risurrezione e nel perdono dei peccati. Ambedue sono opera di Dio, che porta alla vita il Figlio prediletto e noi figli d’adozione.

Il simbolismo della vite vera si sviluppa nel complesso della relazione tra vite e tralci. Se la vite è Cristo i tralci siamo noi suoi fedeli. Non esiste un cristiano isolato o indipendente. In quanto tralci partecipiamo a dare consistenza alla vite, evidenziando la sua qualità, ammirata e valutata secondo i grappoli. In certo qual modo nella nostra vita cristiana manifestiamo la ricchezza di Cristo. La sua portata è superiore alla nostra che come tralci dobbiamo essere costantemente potati per adeguarci alla spinta di vita e di ricchezza della vite. I tralci non possono accontentarsi del proprio prodotto. Devono essere disposti a rinnovarsi con la potatura e portare frutto abbondante. Gesù l’aveva affermato: «Chi crede in me, compie le opre che io compio e ne compirà di più grandi, perché io vado al Padre» (Gv 14,12). Mediante la fede rimaniamo uniti a Gesù, come tralci alla vite. Poiché egli va verso il Padre, Gesù affonda le proprie radici in lui e così noi possiamo compiere opere maggiori delle sue. Basta pensare all’estensione della Chiesa contemporanea, che ha raggiunto ormai tutte le popolazioni della terra, di fronte alla ristretta regione della Galilea e della Giudea, dove Gesù ha predicare, e alle opere di carità che si sono evolute lungo i secoli e le culture per venire incontro ai bisogni dei più bisognosi.

Come si rimane uniti a Gesù e si può trasmettere la ricchezza del suo essere nel Padre? Mediante l’ascolto della sua Parola così che faccia corpo con la nostra mentalità. Abbiamo l’esperienza che la parola produce i suoi frutti, quando è ascoltata. Gi scolari crescono in conoscenza, prestando attenzione ai loro insegnanti; i figli vengono educati secondo la loro capacità di obbedire ai genitori. Così noi cristiani acquistiamo le nostre attitudini tipiche, quanto più depositiamo nel cuore le parole di Gesù, che sono quelle che egli stesso ha ascoltato dal Padre (Gv 8,26). Qui si manifesta l’importanza di ascoltare la Parola di Dio, che proclamino durante la Messa e meditiamo nell’adorazione eucaristica. Sarebbe una bella abitudine leggerla e meditarla personalmente, nel silenzio e nella disponibilità di ascoltarla con il cuore e la mente. Senza questo ascolto si diventa dei tralci secchi, dove la potatura è radicale fino alla loro recisione dalla vite e, in concreto, da Gesù.

L’apice della vita cristiana consiste nel divenire discepoli di Gesù (Gv 15,8), dovunque noi siamo e qualunque responsabilità possiamo assumere. Discepoli, che conoscono il Maestro, ossia lo amano conoscendolo sempre meglio attraverso la sua parola, letta e depositata nel cuore e nella mente.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

55° GIORNATA MONDIALE DI PREGHERA PER LE VOCAZIONI

Messaggio per la 55° Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni

Papa Francesco

 

Cari fratelli e sorelle,

Si tratta di una buona notizia che ci viene riannunciata con forza dalla 55ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni: non siamo immersi nel caso, né trascinati da una serie di eventi disordinati, ma, al contrario, la nostra vita e la nostra presenza nel mondo sono frutto di una vocazione divina!

Nella diversità e nella specificità di ogni vocazione, personale ed ecclesiale, si tratta di ascoltare, discernere e vivere questa Parola che ci chiama dall’alto e che, mentre ci permette di far fruttare i nostri talenti, ci rende anche strumenti di salvezza nel mondo e ci orienta alla pienezza della felicità. Questi tre aspetti – ascolto, discernimento e vita – fanno anche da cornice all’inizio della missione di Gesù, il quale, dopo i giorni di preghiera e di lotta nel deserto, visita la sua sinagoga di Nazareth, e qui si mette in ascolto della Parola, discerne il contenuto della missione affidatagli dal Padre e annuncia di essere venuto a realizzarla “oggi” (cfr Lc 4,16-21).

 

Ascoltare

La chiamata del Signore – va detto subito – non ha l’evidenza di una delle tante cose che possiamo sentire, vedere o toccare nella nostra esperienza quotidiana. Dio viene in modo silenzioso e discreto, senza imporsi alla nostra libertà. Così può capitare che la sua voce rimanga soffocata dalle molte preoccupazioni e sollecitazioni che occupano la nostra mente e il nostro cuore. Occorre allora predisporsi a un ascolto profondo della sua Parola e della vita, prestare attenzione anche ai dettagli della nostra quotidianità, imparare a leggere gli eventi con gli occhi della fede, e mantenersi aperti alle sorprese dello Spirito. Anche Gesù è stato chiamato e mandato; per questo ha avuto bisogno di raccogliersi nel silenzio, ha ascoltato e letto la Parola nella Sinagoga e, con la luce e la forza dello Spirito Santo, ne ha svelato in pienezza il significato, riferito alla sua stessa persona e alla storia del popolo di Israele.

Quest’attitudine oggi diventa sempre più difficile, immersi come siamo in una società rumorosa, nella frenesia dell’abbondanza di stimoli e di informazioni che affollano le nostre giornate. Ma, come sappiamo, il Regno di Dio viene senza fare rumore e senza attirare l’attenzione (cfr Lc 17,21), ed è possibile coglierne i germi solo quando, come il profeta Elia, sappiamo entrare nelle profondità del nostro spirito, lasciando che esso si apra all’impercettibile soffio della brezza divina (cfr 1 Re 19,11-13).

 

Discernere

Leggendo, nella sinagoga di Nazareth, il passo del profeta Isaia, Gesù discerne il contenuto della missione per cui è stato inviato e lo presenta a coloro che attendevano il Messia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19). Allo stesso modo, ognuno di noi può scoprire la propria vocazione solo attraverso il discernimento spirituale, un «processo con cui la persona arriva a compiere, in dialogo con il Signore e in ascolto della voce dello Spirito, le scelte fondamentali, a partire da quella sullo stato di vita» (Sinodo dei Vescovi, XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, II, 2). Scopriamo, in particolare, che la vocazione cristiana ha sempre una dimensione profetica. Come ci testimonia la Scrittura, i profeti sono inviati al popolo in situazioni di grande precarietà materiale e di crisi spirituale e morale, per rivolgere a nome di Dio parole di conversione, di speranza e di consolazione..

Anche oggi abbiamo tanto bisogno del discernimento e della profezia; di superare le tentazioni dell’ideologia e del fatalismo e di scoprire, nella relazione con il Signore, i luoghi, gli strumenti e le situazioni attraverso cui Egli ci chiama. Ogni cristiano dovrebbe poter sviluppare la capacità di “leggere dentro” la vita e di cogliere dove e a che cosa il Signore lo sta chiamando per essere continuatore della sua missione.

 

Vivere

Infine, Gesù annuncia la novità dell’ora presente, che entusiasmerà molti e irrigidirà altri: il tempo è compiuto ed è Lui il Messia annunciato da Isaia, unto per liberare i prigionieri, ridare la vista ai ciechi e proclamare l’amore misericordioso di Dio ad ogni creatura. Proprio «oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,20), afferma Gesù. La gioia del Vangelo, che ci apre all’incontro con Dio e con i fratelli, non può attendere le nostre lentezze e pigrizie; non ci tocca se restiamo affacciati alla finestra, con la scusa di aspettare sempre un tempo propizio; né si compie per noi se non ci assumiamo oggi stesso il rischio di una scelta. La vocazione è oggi! La missione cristiana è per il presente! E ciascuno di noi è chiamato – alla vita laicale nel matrimonio, a quella sacerdotale nel ministero ordinato, o a quella di speciale consacrazione – per diventare testimone del Signore, qui e ora.

Il Signore continua oggi a chiamare a seguirlo. Non dobbiamo aspettare di essere perfetti per rispondere il nostro generoso “eccomi”, né spaventarci dei nostri limiti e dei nostri peccati, ma accogliere con cuore aperto la voce del Signore. Ascoltarla, discernere la nostra missione personale nella Chiesa e nel mondo, e infine viverla nell’oggi che Dio ci dona.

Maria Santissima, la giovane fanciulla di periferia, che ha ascoltato, accolto e vissuto la Parola di Dio fatta carne, ci custodisca e ci accompagni sempre nel nostro cammino.

 

(testo non integrale)

 

Le piaghe di Gesù

 

 

           Le apparizioni del Risorto incutono paura ai discepoli. Gesù sembra essere un fantasma più che un uomo. Nessuno infatti poteva immaginare ciò che in seguito formerà l’oggetto della predicazione e il segno supremo della fede: Gesù è davvero risuscitato. Umiliato, vilipeso fino ad essere condannato senza alcuna colpa e ritenuto meno di un volgare assassino, ha davvero vinto la potenza della morte. E’ tornato in vita, non più dominata dalla morte, ma nella realtà della sua esistenza. Egli è vivo, per sempre.

Per non cadere nell’illusione di un sogno, i discepoli possono toccare le piaghe delle mani e dei piedi. Egli le porta come trofeo, lo distinguono fra tutti gli uomini. Egli rimane il solo, che porti le piaghe dei chiodi in forma di croce alle mani e ai piedi.

L’identità tra il Gesù crocifisso e il Cristo Risorto è inoppugnabile. Sulla croce non è avvenuta nessuna sostituzione, come credono i Mussulmani. Il Crocifisso è il Risorto.

Oltre all’eccezionalità del caso, egli è una prova che Dio ha agito nella sua vita e lo ha ritenuto degno di sé. Anzi Dio si rispecchia nella vita di Gesù e con lui, uomo, ha elevato gli uomini dalle tenebre della morte alla vita. Nessuno infatti può separare Dio da Gesù e neppure Gesù dagli uomini. L’unione inscindibile con Dio lo rende partecipe della sua gloria. Il suo essere uomo diffonde in tutti gli uomini la supremazia della vita sulla morte. In lui Dio si rende solidale con gli uomini e gli uomini sono esaltati alla gloria di Dio. Così non possiamo pensare a Gesù senza la sua passione e risurrezione, e non possiamo mai più separarlo dai segni della croce. La sua morte, accolta con libertà e per nostro amore, è il riscatto per la nostra liberazione e per la nostra ascesa alla vita.

Il nostro passaggio alla vita, però, non è automatico. Come i discepoli anche noi dobbiamo essere illuminati dal senso delle sue piaghe. Non è sufficiente contemplarlo come uomo del dolore e dell’amore. Dobbiamo accoglierlo per quello che egli è. Per questo le apparizioni sono sempre accompagnate da un dialogo con i discepoli, ove essi acquistano conoscenza mediante la comprensione delle Scritture. Ci tiene a spiegare che egli le ha compiute e che senza di lui esse non hanno alcun valore. Mediante le Scritture la persona di Gesù viene compresa nella sua realtà di Salvatore degli uomini.

Egli è il Cristo annunciato ed atteso, non per una rivincita sui poteri umani o per una riabilitazione di un antico potere politico, che renda ad Israele la libertà di popolo. Piuttosto Gesù è il Cristo, che nella sua persona, consegnata alla morte mediante un giudizio iniquo, ha portato a sé e a tutti gli uomini la liberazione definitiva da ogni tipo di morte: fisica, morale e psichica, di cui il suo trionfo sulla propria morte è segno indelebile e inizio di un’era intramontabile di vita. Come sempre avviene nella realtà dell’uomo, è la sua entità spirituale l’inizio e l’origine della sua esistenza. Gesù parla di vittoria degli uomini sulla morte a partire dalla loro conversione a Dio e dal perdono dei loro peccati. La conversione comporta l’accettazione che Gesù sia colui nel quale Dio agisce per il bene di tutti. Risuscitandolo da morte, Dio lo indica come modello dell’uomo e suo reale futuro. Come in un pentagramma, in lui si sviluppa la vita dell’uomo. Il perdono dei peccati indica la fine della schiavitù al male. Esso è stato distrutto dalla risurrezione di Gesù e viene distrutto in ogni uomo, ogni qualvolta che egli riconosce il proprio male e lo affida al Salvatore, perché sia inserito in lui, distrutto nel suo corpo mortale e consumato dal suo amore.

Gesù Cristo è il crocevia tra Dio e l’uomo, tra la vita e la morte. La sua persona svela il senso della vita e ci assicura che il destino dell’uomo è segnato dalla comunione alla sua gloria.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

Il perdono dei peccati

 

 

 

 

 

           La festa di Pasqua si risolve in un incarico, affidato da Gesù agli apostoli, poco interessante per molti cristiani contemporanei: il perdono dei peccati. Che senso ha ancora oggi il peccato?  Il peccato, ci riguarda ancora? Sembra un linguaggio medievale o cose da bambini per la festa di Prima Comunione, fatta più al ristorante che in famiglia o in parrocchia.

 

Eppure il perdono dei peccati è l’unica ragione, per cui Gesù si è fatto uomo e ha donato se stesso. La sua intensità d’amore per noi in questo divenire uno come noi in tutto, eccetto che nel peccato, viene rimarcata da San Paolo nella Lettera ai Filippesi: «Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro nascosto la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simili agli uomini; apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbedente fieno alla morte e alla morte di croce» (2,6-7). Egli si fece uomo, in tutti quei limiti sofferenze e incertezze della nostra vita quotidiana oltre alla sua terribile passione, solo per giungere all’atto di supremo di dare la vita per noi e così eliminare il peccato dal mondo e dal cuore di ciascun uomo.

 

Ma perché se l’è presa con il peccato?  Non poteva offrirsi per beni più emergenti come struttura di una la società onesta che evitasse i drammi della violenza, dell’ingiustizia, della delinquenza, della povertà e della sofferenza innocente o traumatica?

 

L’importanza del perdono viene enfatizzata dal soffio di Gesù sugli apostoli, per il quale ricevono lo Spirito Santo. Il linguaggio ci riporta alla creazione dell’uomo, quando «Dio soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7).  L’uomo non prende vita dalla semplice creazione, già così complessa, ma dal soffio di Dio. Il soffio di Dio gli comunica vita, che è in definitiva comunione con Dio. Non la vita creaturale, ma la vita, di cui Dio è origine e pienezza.

 

Gesù Risorto ha percorso la sua passione solo per giungere al momento essenziale della sua missione di affidare ai suoi apostoli il potere di rimettere i peccati. La presenza degli apostoli indica la volontà di Gesù di giungere ad ogni uomo con la ricchezza incalcolabile del perdono. In questo contesto il peccato è una situazione umana, che solo la morte e risurrezione di Gesù hanno potuto sovvertire. Erano terribili le conseguenze del peccato, se la loro cancellazione ha richiesto tutto il dolore, che contempliamo sul volto e nel corpo di Gesù solcati da rivoli di sangue, scarnificati dai flagelli e trapassati dai chiodi e dalla corona di spine. Come sanguisughe avrebbero sottratto l’uomo alla vita e rinchiuso nell’angoscia.

 

Il perdono dei peccati è vera creazione: l’azione dello Spirito Santo opera nell’uomo il passaggio dalla morte alla vita, dall’inimicizia con Dio alla sua familiarità, dall’allontanamento dalla vita al possesso della vita eterna. La scarsa importanza, che molti cristiani danno alla vita cristiana, dipende dalla mancanza di frequentazione del sacramento della Penitenza. Si privano dell’esperienza della relazione con Dio, della sua capacità di risuscitare chi si era perduto. La vita cristiana, infatti, non è assolvere ad un codice morale, ma la gioia di trovare una via d’uscita ai tanti errori, che si pensava essere la soluzione migliore.

 

Il dono dello Spirito per la remissione dei peccati si accompagna alla meraviglia di Tommaso, che  non crede, se non verifica le piaghe dei chiodi nel corpo di Gesù. Non è solo l’identificazione del Maestro, che non aveva visto crocifisso, avendolo tutti abbandonato. E’verificare l’identità di colui che ha salvato gli uomini dai loro peccati. I segni della passione rimangono nel corpo di Cristo glorificato a significare che la sua sofferenza ha valore divino e per ciò ogni uomo può sperare nel perdono. Non gli sono imputate le colpe che hanno condotto il Figlio di Dio alla croce, ma diventano segno di un amore, che le ha trasformate in causa della sua gloria.

 

 

 

P. Tiziano Pegoraro rci