A Messa: gli atteggiamenti del corpo

mani_al_cielo_by_maruka92-d4zw8tuAbbiamo tentato di riscoprire, in queste ultime settimane, la bellezza della Messa, nella quale il Signore ci chiama, ci perdona, ci parla.

Prima di continuare ad ‘esplorare’ i significati della seconda parte della Messa (la Liturgia eucaristica), ci soffermiamo questa settimana sulle note che l’Ordinamento Generale del Messale Romano ci offre a riguardo degli atteggiamenti del corpo e del silenzio.

A Messa andiamo con tutta la nostra persona e anche la nostra corporeità è coinvolta nella preghiera. Non solo nella Messa, ma in ogni espressione della nostra preghiera la corporeità è coinvolta, chè noi non esistiamo se non nel nostro corpo, dono di Dio e luogo di manifestazione dell’amore di Dio.
Inoltre, oltre che espressione individuale della preghiera, il corpo è anche manifestazione della comunione, dell’unione dei cuori: nel linguaggio della corporeità facciamo vedere l’unità tra di noi. La Messa, infatti, non un fatto privato, ma è la preghiera della Chiesa che è il Corpo di Cristo: noi apparteniamo alla Chiesa, siamo membra di un corpo più grande. Durante la celebrazione eucaristica, dunque, non prevale il nostro personale modo di stare fisicamente davanti a Dio, ma la nostra appartenenza al Corpo di Cristo, che si muove quasi ‘danzando’ davanti al Signore.

Rileggiamo con attenzione quali ‘movimenti’ di questa danza il rito prevede.

Gli atteggiamenti del corpo

42. I gesti e l’atteggiamento del corpo sia del sacerdote, del diacono e dei ministri, sia del popolo devono tendere a far sì che tutta la celebrazione risplenda per decoro e per nobile semplicità, che si colga il vero e pieno significato delle sue diverse parti e si favorisca la partecipazione di tutti. Si dovrà prestare attenzione affinché le norme, stabilite da questo Ordinamento generale e dalla prassi secolare del Rito romano, contribuiscano al bene spirituale comune del popolo di Dio, più che al gusto personale o all’arbitrio.

L’atteggiamento comune del corpo, da osservarsi da tutti i partecipanti, è segno dell’unità dei membri della comunità cristiana riuniti per la sacra Liturgia: manifesta infatti e favorisce l’intenzione e i sentimenti dell’animo di coloro che partecipano.

43. I fedeli stiano in piedi dall’inizio del canto di ingresso, o mentre il sacerdote si reca all’altare, fino alla conclusione dell’orazione di inizio (o colletta), durante il canto dell’Alleluia prima del Vangelo; durante la proclamazione del Vangelo; durante la professione di fede e la preghiera universale (o preghiera dei fedeli); e ancora dall’ invito Pregate fratelli prima dell’ orazione sulle offerte fino al termine della Messa, fatta eccezione di quanto è detto in seguito.

Stiano invece seduti durante la proclamazione delle letture prima del Vangelo e durante il salmo responsoriale; all’omelia e durante la preparazione dei doni all’offertorio; se lo si ritiene opportuno, durante il sacro silenzio dopo la Comunione.

S’inginocchino poi alla consacrazione, a meno che lo impediscano lo stato di salute, la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri ragionevoli motivi. Quelli che non si inginocchiano alla consacrazione, facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione.

Spetta però alle Conferenze Episcopali adattare i gesti e gli atteggiamenti del corpo, descritti nel Rito della Messa, alla cultura e alle ragionevoli tradizioni dei vari popoli secondo le norme del diritto. Nondimeno si faccia in modo che tali adattamenti corrispondano al senso e al carattere di ciascuna parte della celebrazione. Dove vi è la consuetudine che il popolo rimanga in ginocchio dall’acclamazione del Santo fino alla conclusione della Preghiera eucaristica e prima della Comunione, quando il sacerdote dice Ecco l’Agnello di Dio, tale uso può essere lodevolmente conservato. Per ottenere l’uniformità nei gesti e negli atteggiamenti del corpo in una stessa celebrazione, i fedeli seguano le indicazioni che il diacono o un altro ministro laico o lo stesso sacerdote danno secondo le norme stabilite nel Messale.

44. Fra i gesti sono comprese anche le azioni e le processioni: quella del sacerdote che, insieme al diacono e ai ministri, si reca all’altare; quella del diacono che porta all’ambone l’Evangeliario o il Libro dei Vangeli prima della proclamazione del Vangelo; quella con la quale i fedeli presentano i doni o si recano a ricevere la Comunione. Conviene che tali azioni e processioni siano fatte in modo decoroso, mentre si eseguono canti appropriati, secondo le norme stabilite per ognuna di esse.

Vediamo il significato dei gesti principali:

Segno della Croce: è il più diffuso tra i gesti; occupa un posto preminente in ogni celebrazione; …iniziamo e concludiamo la liturgia con il segno della croce. Prima del Vangelo ci segniamo sulla fronte, sulla bocca e sul petto per chiedere che la Parola penetri nella nostra mente, nelle nostre parole e nel nostro cuore. Si potrebbe dire che questo gesto riassume tutto il mistero della salvezza. Con esso, ricordando simbolicamente il battesimo, si esprime che Gesù crocifisso è stato risuscitato da Dio Padre per la potenza dello Spirito Santo, è il Signore della propria vita. Quando facciamo il segno della croce in qualsiasi altro momento, il primo significato è che la nostra vita sia conforme a quella di Cristo.

In piedi: significa che siamo attenti. Nello stare in piedi c’è qualcosa di teso, di desto. E infine significa che siamo pronti; chi sta in piedi, infatti, può subito aprire la porta e uscire, può senza indugio eseguire un incarico o eseguire un lavoro, appena gli sia assegnato.

In ginocchio: significa che riconosciamo la presenza di Dio, e riconosciamo la nostra piccolezza davanti a lui, con umiltà. È il gesto della adorazione, della completa disponibilità davanti a Dio: è lui il Signore, a lui vogliamo obbedire.

Seduti: Si tratta di un atteggiamento che esprime soprattutto la ricettività e l’ascolto. Lo stare seduti o l’atto del sedersi significa un attento e comodo ascolto, per una riflessione e un’interiorizzazione;  un atteggiamento di pace e distensione, favorevole alla concentrazione e alla meditazione.

Battersi il petto è un gesto d’umiltà che sta ad indicare la consapevolezza della propria interiorità corrotta e peccaminosa, ma con il desiderio anche di cambiare, di convertirsi. Se il gesto è ben fatto, può costituire un salutare richiamo alla nostra situazione di peccatori e una manifestazione del nostro dolore e dell’impegno della nostra lotta contro il male.

Braccia aperte ed elevate e mani verso l’alto: è il segno di preghiera, di supplica, d’intercessione, d’apertura al dono che si chiede, di disponibilità… e anche di lode e di rendimento di grazie. E’ il gesto sacerdotale per eccellenza per le orazioni del presidente dell’assemblea e per la preghiera eucaristica. Lo possiamo oggi vivere durante la preghiera del Padre nostro. Una nota della Conferenza Episcopale Italiana (Precisazioni sulla celebrazione eucaristica), 1983 suggerisce proprio questo gesto, al numero 1: “Durante il canto o la recita del Padre nostro, si possono tenere le braccia allargate”. Poichè la preghiera del Padre nostro è rivolta verso il Padre, fonte di ogni bene, non è sensato il gesto (in qualche luogo diffuso) di tenersi per mano: la fraternità deriva dalla previa affermazione della unica paternità. Ad esprimere la fraternità è infatti il gesto successivo: lo scambio del dono della pace.

Il silenzio

45. Si deve anche osservare, a suo tempo, il sacro silenzio, come parte della celebrazione. La sua natura dipende dal momento in cui ha luogo nelle singole celebrazioni. Così, durante l’atto penitenziale e dopo l’invito alla preghiera, il silenzio aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l’omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato; dopo la Comunione, favorisce la preghiera interiore di lode e di supplica.
Anche prima della stessa celebrazione è bene osservare il silenzio in chiesa, in sagrestia, nel luogo dove si assumono i paramenti e nei locali annessi, perché tutti possano prepararsi devotamente e nei giusti modi alla sacra celebrazione.

Il silenzio è un atteggiamento che favorisce il raccoglimento e aiuta ad interiorizzare la celebrazione liturgica, a meditarla dentro di noi, per far risuonare le parole ascoltate: è il momento in cui siamo chiamati a calare nella nostra vita la Parola. “Il dialogo tra Dio e gli uomini, sotto l’azione della Spirito Santo, richiede brevi momenti di silenzio, adatti all’assemblea, durante i quali la parola di Dio penetri nei cuori e provochi in essi una risposta nella preghiera”.

Il silenzio è un atteggiamento la cui espressione più bella sono le mani unite a coppa aperte verso l’alto. In questo atteggiamento il biblico Samuele disse a Dio: “Parla, Signore, il tuo servo ascolta” (1Sam 3, 10).

Senz’altro, fare silenzio non significa il mutismo di chi non vuole cantare o partecipare alla preghiera della comunità, rifugiandosi in se stesso! Nella liturgia il vero silenzio è segno di partecipazione (cf. SC 30). Esso mette in comunione l’assemblea, perché in quel particolare momento tutti i cuori sono uniti nella preghiera o nella meditazione.

E’ nel silenzio che ci apriamo al mistero, perché Dio si manifesta e tocca i cuori. E’ il nostro gesto simbolico di riverenza di fronte al mistero. In seguito, a tempo opportuno, sgorgheranno dalle nostre labbra la parola e il canto, la lode e la supplica.

Annunci