La testimonianza cristiana

 

Nessuna parte del vangelo è scritta per gratificare i suoi ascoltatori. Gesù non praticava la tecnica del seduttore. Giocava a carte scoperte e illuminava sempre più il suo futuro di passione, croce e morte unito alla gloria della risurrezione. E tale risurrezione era fondata sulla certezza che Dio Padre non abbandona il Figlio, obbediente fino alla morte, all’oscurità e alla solitudine della decomposizione del suo essere.

Simile fiducia Gesù vuole istillare nei suoi discepoli, che vivono all’interno delle macchinazioni dei loro avversari. «Non temeteli -grida– anche se hanno potere di distruggere la vostra vita fisica e infierire sul vostro corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima».

La prospettiva dei discepoli non deve chiudersi sull’orizzonte del visibile e del materiale. Essi sono chiamati a respirare l’aria della vita eterna e a considerarsi intimi alla comunione con Dio. La sofferenza non sarà lesinata e l’intervento liberatore di Dio non è da attendersi per salvare l’uomo dalle pene della morte e della persecuzione. E’ nel suo cuore che Dio va costruendo una certezza incrollabile, quella di non temere coloro che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima. E’ la storia antica e moderna dei martiri. Non costruiamo su questa parola personalità marziane e astoriche. I martiri sono essenzialmente dei testimoni. Essi possono portare le prove della verità, sconosciuta agli uomini chiusi nella razionalità. L’hanno nutrita nel proprio cuore e l’hanno vista con gli occhi della saggezza non concessa a chi confida nell’effimero. E’ la storia di tanti uomini e donne, adolescenti e adulti che hanno visto l’invisibile e non si sono lasciati perdere l’occasione di possederlo come eredità.

In questi ultimi anni li abbiamo visti i testimoni di Cristo: non si sono sottratti alla decapitazione felina dei miscredenti, alla deportazione e agli abusi indescrivibili nel silenzio della stampa e dell’intelligenza perbenista. Hanno scelto la parte migliore della vita e sono caduti succubi del male senza alcuna maledizione, anzi con la preghiera sulle labbra per i loro uccisori. Nella sua visita ai profughi dell’isola di Lesbo (16 aprile 2016), papa Francesco è stato avvicinato da un giovane musulmano, che gli cade in ginocchio e scoppia a piangere a dirotto, chiedendo di essere benedetto. Il papa è scosso, poggia le mani sul suo capo e prega, senza che l’uomo smetta di piangere. Ha due bambini accanto a sé. Balbetta tra le lacrime la sua storia. Lui, di fede islamica, era sposato con una giovane donna cristiana. I fondamentalisti l’hanno sgozzata, perché non voleva convertisti all’islam ( cfr. A. Tornielli, Francesco in viaggio, Piemme, p. 254).

Si deve vivere così la fede? Fuor di dubbio. E’ l’unico modo coerente e naturale del fedele, che è tale non per tradizione ma per convinzione personale e di valore. Del resto la fede in Gesù si esprime in un contesto avverso e contrario, altrimenti non avrebbe senso. E’, infatti, la partecipazione al fuoco che Gesù avvertiva nel suo cuore e che desiderava che incendiasse il mondo al più presto (cfr. Lc 12,50). La convinzione del testimone proviene dalla realtà dei fatti, ossia della certezza che Dio non abbandona il suo servo fedele e che la sua autorità si eleva ben alta su ogni altra. Il martire ha costruito una relazione personale con Dio, lo ha inserito nel suo cuore e nella sua mente, la sua mentalità e la sua condotta ne derivano il modo specifico della vita, che non teme nessuna potenza. E’ commovente e misterioso considerare la forza dei martiri cristiani in età infantile e adolescente. Nulla li ha smossi dall’affermare la loro unione con Dio e la certezza della sua esistenza e superiorità, benché fossero coscienti della propria fragilità di fronte all’uomo potente e capace di infliggere loro la morte. E’ certo che la fede è un rischio come l’amore umano nella sua scelta esclusiva di una persona e nel dono fedele ad essa. Nulla è stato preventivato nella vita dei nostri genitori, che con fatica, ma con la certezza di esser nel vero, hanno portato avanti la famiglia con il lavoro quotidiano e nella reciproca fiducia e fedeltà. Senza rischio la fede decade in un gioco di circostanza e diviene inconsistente di fronte alla potenza del male. Oggi la fede richiede la sicurezza di sempre. Nella società plurietnica e plurireligiosa, nell’individualismo esasperato e nella difesa estrema di ogni liceità la fede esige di essere vissuta e accolta in modo personale e con coraggio, quel coraggio che evidenzia la certezza in ciò che credo, ma ancor più in colui in cui credo. Solo chi lo riconoscerà di fronte agli uomini, sarà riconosciuto davanti al Padre di Gesù, al di sopra del quale non vi è altra autorità e nel quale ha origine la vita intramontabile e nell’amore.

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

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