Il seme della Parola di Dio

 

 

           La parabola del seminatore ha avuto una grande risonanza nella primitiva comunità cristiana. Lo si deduce dal primo posto, che occupa nella sezione delle parabole, e dal fatto che sia l’unica spiegata sia nel vangelo di Marco (4,13-20) che di Matteo (13,18-23). Il simbolo del seme applicato alla Parola di Dio è antico. Lo si ritrova nella terza parte del profeta Isaia (55,10-11). Nuova è la prospettica che la capacità generatrice della Parola possa essere limitata dalla natura del terreno. Più complessa è la simbologia a partire dall’identificazione della Parola di Dio con Gesù Parola del Padre inviata da Dio agli uomini per comunicare il suo piano di salvezza e per esserne il legame essenziale, irripetibile e immutabile come la storia di un uomo.

La parabola del seminatore esprime tutta la dinamica della presenza di Gesù tra gli uomini. Essa esige un ascolto attento. Ascolto che nel caso di Gesù non è solo sentire la sua predicazione ma anche considerare la sua esistenza concreta. Potrebbe capitare che Gesù rimanga incomprensibile. La ragione di questa situazione non dipende dalla Parola di Dio ma dagli uomini, che limitano la forza generatrice della Parola e della vita di Gesù.

E’ fuor di dubbio che Dio non fa distinzioni e quanto esprime nel Figlio, riguardo alla salvezza degli uomini, è comprensibile. Egli, che ha preso l’iniziativa di comunicare con gli uomini, vuole essere compreso. Se non fosse così, sarebbe stato un velleitario. Perché vi sono, allora, persone che non lo comprendono tanto da rifiutare la sua Parola? La risposta proviene dalla natura della parola, che esige la dualità: essa, infatti, è comunicativa e viene pronunziata all’interno di un dialogo. Dio non parla al vento ma agli uomini e vuole intavolare con loro un dialogo. Gli uomini, purtroppo, impongono delle variabili così che alcuni non capiscono, mentre per altri la Parola di Dio è interessante, anzi necessaria. E’ in questo contesto che negli uomini si notano delle differenze come nel caso del seminatore, che pur seminando lo stesso seme avrà una resa diversa in conformità alla qualità del terreno.

Il terreno è la grande incognita della Parola di Dio. Il terreno sono gli uomini nella loro realtà storica. Essi sono responsabili dell’efficacia del seme. Tutto dipende dalle condizioni con cui lo ricevono. Secondo la parabola solo i discepoli di Gesù possono adeguarsi alle infinite possibilità di crescita della Parola di Dio e anche per loro tutto dipende dalla capacità di disporsi ad accoglierla.

Ma quale è il vero senso della parabola? La parabola tende a far sì che il discepolo di Gesù si renda conto della responsabilità personale sui fatti della storia umana.

La parabola è una specie di rappresentazione di ciò che avviene nel mondo. Essa sposta la capacità creatrice di Dio alla disponibilità di collaborazione degli uomini. Da loro dipende la resa della sua Parola onnipotente: da come la recepiscono, dal credito che le danno. Dio ha legato la propria onnipotenza alla disponibilità degli uomini nel credere ai suggerimenti di vita e di benessere insiti nella predicazione e nella vita di Gesù. Il racconto antico della creazione è una visione complessiva della continua opera creatrice di Dio (cfr. Gv 5,27).

Il bene, che Dio comunica con la sua Parola, può attecchire sulla terra, solo se vi sono uomini che danno credito a quanto Dio ha detto e fatto nel Figlio suo. E’ opinione comune nell’esperienza della Chiesa che il progresso umano sia operato dai Santi. Non è un giudizio pro domo sua, ma la deduzione dalla capacità di bene propria della Parola di Dio. Gli scienziati possono solo migliorare le condizioni della vita. In questo contesto si comprende quanto Paolo dice a proposito delle attese dell’universo: esso è proteso verso la rivelazione dei figli Dio (Rm 8,19), ossia le infinite potenzialità dell’universo saranno al servizio dell’uomo, quando essi agiranno in conformità con quanto Dio ha espresso in Gesù, sua Parola di vita.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

 

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