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La vigilanza

            Siamo quasi al termine dell’anno liturgico, durante il quale abbiamo celebrato il mistero della salvezza operato da Dio mediante la morte e la risurrezione del Figlio e il dono dello Spirito Santo. Ora il pensiero della Chiesa si volge all’esistenza dell’uomo dopo la scena di questo mondo. Continua a leggere La vigilanza

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Critica al legalismo

Critica al legalismo

           Il cap. 23 del vangelo secondo san Matteo contiene la più forte critica al legalismo delle guide spirituali d’Israele. Da esso proviene anche l’uso di bollare di fariseismo la loro condotta e mentalità religiosa, comprendendola come una pratica esteriore per nulla apprezzata da Dio. Rispetto alla storia, questa critica si situa nel momento, in cui l’emergente comunità cristiana prende le distanze dal ceppo religioso giudaico e si riconosce sempre più dipendente da Gesù. Pur ebreo per nascita e cultura, Gesù ha riportato la Legge di Mosè alla sua origine, ancorandola a Dio piuttosto che ritenerla un palliativo di una religiosità autoreferenziale. Continua a leggere Critica al legalismo

Il grande comandamento

 

           Chissà quante volte abbiamo ascoltato la risposta di Gesù sul primo dei comandamenti: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tuttta la tua anima e con ttta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”»! Eppure quando lo ripetiamo, ci pare sempre nuovo e ci lascia perplessi. Lo ripetiamo, pensando di affermare una verità e di darci la libertà di esimerci da ogni altro comando. L’amore è tutto, e basta. E’ vero! San Giovanni della Croce ha lasciato scritto: «Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore».

Ma siamo sinceri. Questa parola di Gesù la ripetiamo con superficialità. La sentiamo estranea alla nostra cultura. Ci manca la certezza dell’esistenza di Dio. Pronunciamo il suo nome, ma non riteniamo che Dio abbia diritto di interpellarci o di regolare la nostra vita. Lui da una parte e noi dall’altra. Lo invochiamo con interesse, forse, nelle difficoltà o nei casi limiti. Ma allora pretendiamo da lui che si faccia vivo, se esiste; che intervenga, se davvero è a favore dei buoni e dei giusti, come ci riteniamo senza alcun dubbio; che faccia dei miracoli, se è onnipotente; che ascolti e veda la sofferenza della nostra vita, se ci ama; che faccia cessare ogni sopruso, se è giusto. Tutte implorazioni che non c’entrano nulla con Dio. Gesù lo ha detto chiaramente a chi pretendeva che intervenisse per la divisione dell’eredità: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?» (Lc 12,13). Dio non interviene, quando vogliamo far trionfare la nostra opinione o seguire i nostri gusti.

Ci manca il concetto di Dio. Oppure lo manomettiamo a nostro piacimento. Chi crede in lui, – e l’ateismo è una burla o una moda di saccenti o una risposta di cuori amareggiati o la soluzione per sentirsi indipendenti e liberi di fare quanto piace senza riguardo per nessuno – vuole essere dalla parte sua, perché egli è origine della sua vita, il senso della sua esistenza e la gioia dei suoi progetti. La fede in Dio crea un legame, che ci fa girare attorno a lui, perché ci considera suoi. Noi cristiani ne abbiamo una prova nel crocifisso, che portiamo. Non è un amuleto tra gli ori che decorano il seno. E’ la prova che Dio ci ama e ha dato tutto per noi, perfino l’amato suo Figlio, che tra noi ha preso l’ultimo posto.

Il primo segno della fede in Dio è il rispetto, quel rispetto che riserviamo alle persone che amiamo o si sono qualificate per comportamenti giusti e esemplari. Al rispetto segue l’attenzione alla parola, seguita dalla verifica del nostro comportamento. L’uomo si costruisce confrontandosi, uscendo dal proprio io. Chiusi in se stessi, nelle proprie idee diveniamo narcisisti, delle isole e finiamo per ritenerci al centro dell’universo.

Dobbiamo aprirci alla realtà della vita: Dio esiste e noi viviamo, perché ci ha inserito nella sua esistenza. L’esistenza dell’uomo è paragonabile alla realtà del sistema eliocentrico: come il nostro sistema solare dipende dal sole, così la nostra vita dipende da Dio. Uscendo dalla sua gravitazione, non troviamo la libertà ma la disintegrazione della persona. L’attrazione verso Dio è amore. Egli è attratto da noi, perché ci ama. E’ attratto da ciascuno di noi per la singolarità della nostra persona.

La nostra attrazione verso di lui è problematica, perché siamo parziali e non cogliamo la totalità dell’esistenza. Siamo tentati di lasciarsi attrarre dall’immediato e dal visibile. La vita sociale e le comunicazioni ci attraggono senza riflettere che sono dei media, organizzati da chi li guida per captare la nostra attenzione e adesione. Siamo attratti dal sensibile e dal piacere anche lecito, con il rischio di assolutizzarlo. Troppe cose e persone ci attraggono e ci sfasano. L’amore per Dio ha la capacità di esaltare tutte le componenti della nostra persona. L’amore per Dio è a portata di ogni nostro momento, quando intessiamo relazioni libere e mirate al cuore di ogni persona e di ogni realtà. Lasciandoci attrarre da Dio, ci arricchiamo della vita e dell’amore, i quali hanno in lui la loro sorgente.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

L’abito nuziale

 

 

 

           La Bibbia ha un linguaggio, che bisogna decodificare. La parabola del pranzo di nozze del figlio del re è riportata sia da Matteo che da Luca (14,15-24), ma solo il primo ne allarga il racconto con la cacciata dell’invitato, che non portava l’abito nuziale. Per Matteo è un elemento essenziale. Con l’evangelista Luca egli concorda nel presentare l’estrema generosità del re, che, al rifiuto degli invitati di rango, manda a reclutare i diseredati dai cantoni delle strade o da sotto i ponti, dovunque li abbia condotti la miseria. Siano essi i commensali al banchetto di nozze del principe! Ma vi aggiunge anche il particolare che ognuno debba indossare l’abito da festa, buttando via i cenci della povertà. Dovevano passare dallo spogliatoio e uscirne belli e profumati, pronti per l’evento più importante del regno e, forse per loro, per l’unica volta nella vita. Continua a leggere L’abito nuziale

I vignaioli omicidi

 

 

           La parabola dei «Vignaioli omicidi» è la seconda delle tre, che Gesù pronuncia nel tempio di Gerusalemme pochi giorni prima della sua passione. Tra gli evangelisti sinottici la versione di Matteo presenta un testo narrativo più elegante. Con Luca sottolinea che l’estromissione violenta dell’erede dalla vigna è portata a termine con l’uccisione da parte degli affittuari. Solo Matteo richiama che i nuovi vignaioli saranno fedeli nel consegnare i frutti del raccolto. Sono una popolazione, che subentra a Israele, ed eredita il regno di Dio a lui promesso. Continua a leggere I vignaioli omicidi

I due figli

 

 

 

           Il contesto di un evento ha il suo peso per comprendere il senso di quanto si dice o accade. La parabola dei due figli è stata detta all’interno del tempio di Gerusalemme, a pochi giorni dalla condanna di Gesù e alla presenza delle massime autorità religiose e sociali di Israele: i capi dei sacerdoti e gli anziani. Di fronte a loro Gesù si esprime con libertà e senza paura allo scopo di aiutarli a decifrare gli eventi, che stavano per accadere.   Egli porta loro l’esempio di un padre che ha due. Al primo ordina di andare a lavorare in campagna. Il ragazzo si rifiutò. In seguito vi rifletté, si pentì ed vi andò. Il secondo rispose con garbo che sarebbe andato, ma in pratica se la filò via. Gesù domanda alle autorità d’Israele: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Rispondono ovviamente: «Il primo». L’applicazione della parabola li bolla di incapaci a comprendere i segni dei tempi, loro che per missione indicavano alla gente il senso della storia. Non hanno compreso nulla di Giovanni il Battista, che si dichiarava il precursore del Messia (cfr. Mt 3,11). Non hanno loro detto nulla neanche le numerose conversioni dei reietti della società ebraica: pubblicani e prostitute. Coloro che le guide d’Israele ritenevano esclusi dall’alleanza e dalla bontà di Dio sono i primi ad incamminarsi sulla strada della conversione e dell’incontro con il Salvatore. Continua a leggere I due figli

La bontà di Dio

 

           Siamo sconcertati alla lettura della parabola sugli «Operai della vigna». Gli ultimi, assoldati solo per l’ultima ora di lavoro, sono pagati come i primi che hanno lavorato nella vigna fin dal primo mattino. Il padrone sta ai patti e paga i primi con un denaro convenuto. Tutti gli altri, a partire dagli ultimi, ricevono la stessa paga. Nulla da discutere. Come lui afferma, non può usare del suo denaro come vuole? Certo. Si dimostra ingiusto verso i primi? Non mi sembra. Materialmente non li froda. Certamente vedendo tanta generosità verso gli ultimi, i primi avrebbero diritto ad un trattamento altrettanto generoso. Cosa dice questa ultima parabola, proposta prima della dichiarazione di Gesù sulla sua passione e risurrezione? Continua a leggere La bontà di Dio