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Il perdono

 

 

 

 

 

           Come l’amore reciproco così il perdono costituisce una caratteristica del cristiano. Nulla è scontato, perché il perdono non rientra nella natura dell’uomo. Fin dall’antichità si è cercato di regolare la pratica della vendetta come diritto per un violenza subita. Secondo Lamec la vendetta non deve avere misura, deve poter perseguire senza riserve il suo intento che è la cancellazione dell’avversario: «Ho ucciso un uomo per una mia scalfitura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette» (Gen 4,23-24). A un livello di società superiore si è giunti alla forma più ragionevole della legge del taglione: occhio per occhio e dente per dente. La perdita, subita per un atto di violenza, è compensata con un danno equivalente, inferto all’ingiusto offensore. Si raggiungeva così una certa giustizia. In linea di massima la legge del taglione è ancora in vigore negli attuali codici penali, dove la pena è sottratta alla vendetta privata ed affidata alle istituzioni di giustizia, che si regolano con un sistema compensativo, corrispondente al danno subito.

 

  La risposta di Gesù alla domanda di Pietro rientra in un sistema relazionale, dove è presente la realtà del perdono. Pietro, tuttavia, vuole sapere se esiste un limite al perdono, dopo il quale scatta la sanzione. Gesù cancella ogni limite: il perdono è l’ultima e l’unica parola in fatto di giustizia. Un perdono, che si estende quanto grande è l’offesa così che il perdono è l’unica risposta alla violenza, includendone la dimensione sociale, per cui non si denuncia il colpevole, e la dimensione personale, per cui si estingue l’odio e ogni recriminazione. Continua a leggere Il perdono

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Le relazioni

 

           L’evangelista Matteo dedica il capitolo 18 alle relazioni tra i membri della comunità cristiana. Tra questi vige la cosiddetta «correzione fraterna», un intervento per migliorare la condotta del fratello. La cultura attuale non accetta questa intrusione. Chi si permetterebbe di fare delle osservazioni, anche ad un amico. Siamo talmente abituati al diritto privato e suscettibili per ogni osservazione che una mezza parola storta genera un casino di reazioni pesanti. Continua a leggere Le relazioni

La seduzione di Dio

 

 

           La confessione del profeta Geremia ci svela l’intimità di ogni persona chiamata a collaborare con Dio. Vi si legge la difficoltà di stare al suo passo e la tentazione di sottrarsi agli impegni, che possono diventare gravosi per l’indifferenza e l’opposizione degli uomini. Ma vi si legge anche l’impellente attaccamento a Dio, avvertito come «un fuoco ardente», che il profeta non trattiene e non può dissimulare. La risposta alla sua chiamata si pone a livello del cuore con quella passione, che travolge la razionalità e si lascia andare alla seduzione di Dio. E’ una questione d’amore, dove Dio è più attivo dell’uomo, lo ama e lo attira a sé per farlo divenire segno efficace della sua salvezza a favore di tutti gli uomini, soprattutto a favore di coloro che gli fanno più resistenza. Di fronte all’amore passionale di Dio il profeta, anche se minacciato di morte a causa della missione in vista del bene dei suoi stessi oppositori, non trova modo per sottrarsi alle esigenze della testimonianza d’amore di Dio verso il suo popolo.

La missione del giovane profeta si compirà fedelmente e si protrarrà per una quarantina d’anni (627-587 a.C.) con l’amara prospettiva di essere inutile di fronte alla testardaggine e all’indipendenza degli abitanti e dei capi di Gerusalemme. Non poteva fare diversamente, altrimenti avrebbe rinnegato se stesso. Quel fuoco interiore lo spingeva a dare adito all’amore di Dio.

Nella decisione di Geremia si comprende l’ammonizione, che Gesù rivolge a tutti i suoi discepoli: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25). Non si tratta di un principio astratto, ma delle conseguenze pratiche dell’amore. Il discepolo costruisce se stesso alla scuola del maestro. Senza di lui, egli si incammina per un percorso individuale dall’orizzonte unicamente umano. La via, percorsa dal maestro, invece passa per la realtà della vita umana fin’oltre la morte, che cede al suo potere. Solo Gesù riaffiora oltre la morte e apre per quanti lo seguono la via, che li conduce alla vita. Tuttavia non si percorre questa strada contro voglia. E’ necessario ricostruire se stessi sulla parola del maestro e, alla fine, tendere ad imitarlo in ciò che è essenziale, ossia nella fiducia verso il Padre e nello svuotamento di se stesso per lasciare spazio ai suoi progetti e alla sua volontà. L’altro percorso, che esalta il proprio individualismo, illude. Fondato sulle capacità umane, non potrà terminare che nella perdita di vita.

Sulla scelta dei percorsi di vita si gioca il successo di ciascuno. Troppo sazi della voglia di apparire e del successo, confidiamo su valori e gusti superficiali. Anche Pietro è caduto in questo errore di valutazione. A Gesù, che si lasciava condurre dal valore supremo di aderire alla volontà del Padre, egli invocava una prudenza umana, che gli facesse evitare lo scandalo del rifiuto. Pensava di aiutare il maestro in una scelta, che gli sfuggiva di vista. Ma la verità sta dalla parte di Gesù.

Il suo discepolo di ogni tempo contesta la società proprio sui valori. La vita non proviene dall’uomo. Gesù l’ha acquistata per sempre, confidando nella volontà del Padre, anche se lo conduceva ad una vera sconfitta di fronte agli uomini. Non è facile introdursi in questa mentalità, ma è possibile. Tutto dipende dalla relazione personale con il Cristo. L’adesione alla sua persona conduce a trascurare altri maestri e altre scelte, che sono sotto il potere della morte. L’adesione alla persona di Gesù inizia con il considerare l’esito finale della sua esistenza, che egli ha protratto oltre la morte fino alla sua sorgente, che è l’amore del Padre. L’adesione a Cristo comporta indubbiamente la necessità di una scelta. San Paolo la esprime nella sua Lettera ai Romani: «Lasciatevi trasformare rinnovamdo il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2).

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

 

«Tu sei Pietro»

 

           Con autorità Gesù cambia nome all’apostolo Simone e lo chiama «Pietro». Il cambio di nome prelude ad una nuova fase della storia. Indica una presa di posizione determinata di Dio per scuotere la storia degli uomini. L’intervento è di natura benefico così da offrire un aiuto determinante per raggiungere lo scopo dell’esistenza. Per quando assurde e incomprensibili possono esser alcune fasi della storia, esse non sfuggono al controllo di Dio. Potremmo chiedergli, perché le dobbiamo subire con il rischio che ci rivoltiamo contro di lui a causa delle ingiustizie e sofferenze, che esse comportano. Non giungeremo che a riconoscere la lentezza dell’uomo nel cooperare al benessere degli individui e della società. Continua a leggere «Tu sei Pietro»

Una casa per tutti i popoli

           Per quanto la globalizzazione ci abitui ad una mentalità universale, ci sentiamo sicuri nella nostra casa e nei luoghi della nostra crescita culturale e sociale. La globalizzazione produce un pensiero unico non attraverso ragioni, ma con il modo pratico di proporre i modelli di vita e di pensiero, per i quali vi sono cervelli che manovrano e impongono una cultura per soddisfare esigenze, voglie e piaceri e per imporsi con la conclamata libertà senza lasciarci davvero liberi. Continua a leggere

Maria Assunta

 

Nel cuore delle ferie e al caldo di questa torrida e umida estate celebriamo la solennità di Maria Vergine Assunta in cielo. Per molti è la festa di ferragosto, per altri una tradizione arricchita dalle iniziative paesane delle varie «sagre». Per la Chiesa è, invece, una solennità esaltante non solo per onorare la Madre di Dio, ma anche perché la sua esaltazione predice il suo destino. Continua a leggere Maria Assunta

La trasfigurazione di Gesù

 

 

Il racconto della Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor è avvalorato dalla testimonianza di San Pietro, come si legge nella seconda Lettura della Liturgia odierna: «Vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favore artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli, infatti, ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: “Questi è il Figlio mio l’amato, nel qual ho posto il mio compiacimento”» (1Pt 1,16-17).

La trasfigurazione fisica di Gesù in un’irradiazione di luce è il riflesso della vita di Dio in lui. La Liturgia la comprende come atto pedagogico per preparare i discepoli a sostenere lo scandolo della croce e anticipare la meravigliosa sorte della Chiesa, suo corpo mistico ( dal Prefazio).

Per entrare nel mistero di questo evento storico si deve pensare che si tratta di Gesù nella sua realtà di uomo: l’uomo Gesù, fatto di carne, è stato trasfigurato. E ciò corrisponde alla visione di Daniele, comprensibile dopo questo evento, quando vide «un figlio d’uomo» (= un uomo) avvicinarsi al Vegliardo, la cui vesta era candida come la neve e i cui capelli erano candidi come la lana ed era seduto, come giudice re, su un trono, tutto infuocato e sorgente di fuoco, che avrebbe purificato l’umanità intrisa di ingiustizie. Gesù è l’uomo che partecipa della natura del Vegliardo (= Dio) e tra gli uomini la manifesta nella sua realtà di Essere Supremo, di fronte al quale saranno giudicate le genti. La visione di Daniele è una lettura teologica delle vicende della vita umana e conforta quanti, per la fede in Dio rivelato nella storia del popolo d’Israele, sono succubi della violenza di quanti pongono il principio di vita e della beatitudine dell’uomo in entità umane, materiali e limitate, chiudendo la vicenda umana nei confini della materia e nei rapporti limitati all’esistenza terrena.

Nella concretezza della sua persona e della sua storia Gesù riflette la gloria di Dio, perché se ne è fatto servo e, come lo afferma spesse volte, non compie la propria volontà, ma la volontà di colui che lo ha inviato. Si comprende che la storia umana non è un corso di eventi indecifrabili e scollati, ma è attraversata dal senso proprio della vita di Gesù. Solo in lui, trasformato dalla gloria e dal potere di Dio, l’uomo esce dall’oscurità del male e si introduce nella luce di Dio, assumendone la vita intramontabile e stabilendo con lui una piena comunione, che scardina ogni divisione, prodotta dal peccato, e compone l’unità fra Dio e l’uomo, secondo la finalità propria della creazione.

La grandezza dell’uomo Gesù risiede nella sua piena comunione d’intenti con il Padre, del quale tra gli uomini diventa il rivelatore, ossia rivelatore della sua volontà, che vuole salvare ogni uomo dall’oscurità del male. In questo senso la trasfigurazione di Gesù indica anche il futuro o la chiamata di ogni uomo, la cui massima aspirazione alla vita si concretizza nel camminare con Gesù, accogliendone l’insegnamento come via sicura alla purificazione dal male e alla condivisione della natura divina.

La trasfigurazione di Gesù avviene nel chiaro contesto della rivelazione di Dio. La presenza di Mosè e del profeta Elia ripropone l’azione di Dio attraverso i due personaggi emblematici della liberazione di Israele sia dal potere di autorità umane, quali l’Egitto, sia dal potere delle potenze spirituali malefiche, che sono ogni forma di idolatria verso entità accattivanti ma incapaci di assicurare all’uomo la vita e il benessere.

Gesù è l’unico uomo, in cui gli uomini possono confidare senza paura di essere smentiti. Egli attira su di sé la compiacenza del Padre e ne partecipa come Figlio l’amato i doni di vita e di salvezza per l’uomo. Il suo Spirito vive in coloro che gli obbediscono e si rendono sui discepoli sulle strade dell’umanità, condividendo come lui la gloria di Dio nell’umiltà della vita semplice e povera, come fu quella di Gesù conturbata dalle opere del male, ma non succube del suo potere.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci