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55° GIORNATA MONDIALE DI PREGHERA PER LE VOCAZIONI

Messaggio per la 55° Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni

Papa Francesco

 

Cari fratelli e sorelle,

Si tratta di una buona notizia che ci viene riannunciata con forza dalla 55ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni: non siamo immersi nel caso, né trascinati da una serie di eventi disordinati, ma, al contrario, la nostra vita e la nostra presenza nel mondo sono frutto di una vocazione divina!

Nella diversità e nella specificità di ogni vocazione, personale ed ecclesiale, si tratta di ascoltare, discernere e vivere questa Parola che ci chiama dall’alto e che, mentre ci permette di far fruttare i nostri talenti, ci rende anche strumenti di salvezza nel mondo e ci orienta alla pienezza della felicità. Questi tre aspetti – ascolto, discernimento e vita – fanno anche da cornice all’inizio della missione di Gesù, il quale, dopo i giorni di preghiera e di lotta nel deserto, visita la sua sinagoga di Nazareth, e qui si mette in ascolto della Parola, discerne il contenuto della missione affidatagli dal Padre e annuncia di essere venuto a realizzarla “oggi” (cfr Lc 4,16-21).

 

Ascoltare

La chiamata del Signore – va detto subito – non ha l’evidenza di una delle tante cose che possiamo sentire, vedere o toccare nella nostra esperienza quotidiana. Dio viene in modo silenzioso e discreto, senza imporsi alla nostra libertà. Così può capitare che la sua voce rimanga soffocata dalle molte preoccupazioni e sollecitazioni che occupano la nostra mente e il nostro cuore. Occorre allora predisporsi a un ascolto profondo della sua Parola e della vita, prestare attenzione anche ai dettagli della nostra quotidianità, imparare a leggere gli eventi con gli occhi della fede, e mantenersi aperti alle sorprese dello Spirito. Anche Gesù è stato chiamato e mandato; per questo ha avuto bisogno di raccogliersi nel silenzio, ha ascoltato e letto la Parola nella Sinagoga e, con la luce e la forza dello Spirito Santo, ne ha svelato in pienezza il significato, riferito alla sua stessa persona e alla storia del popolo di Israele.

Quest’attitudine oggi diventa sempre più difficile, immersi come siamo in una società rumorosa, nella frenesia dell’abbondanza di stimoli e di informazioni che affollano le nostre giornate. Ma, come sappiamo, il Regno di Dio viene senza fare rumore e senza attirare l’attenzione (cfr Lc 17,21), ed è possibile coglierne i germi solo quando, come il profeta Elia, sappiamo entrare nelle profondità del nostro spirito, lasciando che esso si apra all’impercettibile soffio della brezza divina (cfr 1 Re 19,11-13).

 

Discernere

Leggendo, nella sinagoga di Nazareth, il passo del profeta Isaia, Gesù discerne il contenuto della missione per cui è stato inviato e lo presenta a coloro che attendevano il Messia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19). Allo stesso modo, ognuno di noi può scoprire la propria vocazione solo attraverso il discernimento spirituale, un «processo con cui la persona arriva a compiere, in dialogo con il Signore e in ascolto della voce dello Spirito, le scelte fondamentali, a partire da quella sullo stato di vita» (Sinodo dei Vescovi, XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, II, 2). Scopriamo, in particolare, che la vocazione cristiana ha sempre una dimensione profetica. Come ci testimonia la Scrittura, i profeti sono inviati al popolo in situazioni di grande precarietà materiale e di crisi spirituale e morale, per rivolgere a nome di Dio parole di conversione, di speranza e di consolazione..

Anche oggi abbiamo tanto bisogno del discernimento e della profezia; di superare le tentazioni dell’ideologia e del fatalismo e di scoprire, nella relazione con il Signore, i luoghi, gli strumenti e le situazioni attraverso cui Egli ci chiama. Ogni cristiano dovrebbe poter sviluppare la capacità di “leggere dentro” la vita e di cogliere dove e a che cosa il Signore lo sta chiamando per essere continuatore della sua missione.

 

Vivere

Infine, Gesù annuncia la novità dell’ora presente, che entusiasmerà molti e irrigidirà altri: il tempo è compiuto ed è Lui il Messia annunciato da Isaia, unto per liberare i prigionieri, ridare la vista ai ciechi e proclamare l’amore misericordioso di Dio ad ogni creatura. Proprio «oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,20), afferma Gesù. La gioia del Vangelo, che ci apre all’incontro con Dio e con i fratelli, non può attendere le nostre lentezze e pigrizie; non ci tocca se restiamo affacciati alla finestra, con la scusa di aspettare sempre un tempo propizio; né si compie per noi se non ci assumiamo oggi stesso il rischio di una scelta. La vocazione è oggi! La missione cristiana è per il presente! E ciascuno di noi è chiamato – alla vita laicale nel matrimonio, a quella sacerdotale nel ministero ordinato, o a quella di speciale consacrazione – per diventare testimone del Signore, qui e ora.

Il Signore continua oggi a chiamare a seguirlo. Non dobbiamo aspettare di essere perfetti per rispondere il nostro generoso “eccomi”, né spaventarci dei nostri limiti e dei nostri peccati, ma accogliere con cuore aperto la voce del Signore. Ascoltarla, discernere la nostra missione personale nella Chiesa e nel mondo, e infine viverla nell’oggi che Dio ci dona.

Maria Santissima, la giovane fanciulla di periferia, che ha ascoltato, accolto e vissuto la Parola di Dio fatta carne, ci custodisca e ci accompagni sempre nel nostro cammino.

 

(testo non integrale)

 

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Le piaghe di Gesù

 

 

           Le apparizioni del Risorto incutono paura ai discepoli. Gesù sembra essere un fantasma più che un uomo. Nessuno infatti poteva immaginare ciò che in seguito formerà l’oggetto della predicazione e il segno supremo della fede: Gesù è davvero risuscitato. Umiliato, vilipeso fino ad essere condannato senza alcuna colpa e ritenuto meno di un volgare assassino, ha davvero vinto la potenza della morte. E’ tornato in vita, non più dominata dalla morte, ma nella realtà della sua esistenza. Egli è vivo, per sempre.

Per non cadere nell’illusione di un sogno, i discepoli possono toccare le piaghe delle mani e dei piedi. Egli le porta come trofeo, lo distinguono fra tutti gli uomini. Egli rimane il solo, che porti le piaghe dei chiodi in forma di croce alle mani e ai piedi.

L’identità tra il Gesù crocifisso e il Cristo Risorto è inoppugnabile. Sulla croce non è avvenuta nessuna sostituzione, come credono i Mussulmani. Il Crocifisso è il Risorto.

Oltre all’eccezionalità del caso, egli è una prova che Dio ha agito nella sua vita e lo ha ritenuto degno di sé. Anzi Dio si rispecchia nella vita di Gesù e con lui, uomo, ha elevato gli uomini dalle tenebre della morte alla vita. Nessuno infatti può separare Dio da Gesù e neppure Gesù dagli uomini. L’unione inscindibile con Dio lo rende partecipe della sua gloria. Il suo essere uomo diffonde in tutti gli uomini la supremazia della vita sulla morte. In lui Dio si rende solidale con gli uomini e gli uomini sono esaltati alla gloria di Dio. Così non possiamo pensare a Gesù senza la sua passione e risurrezione, e non possiamo mai più separarlo dai segni della croce. La sua morte, accolta con libertà e per nostro amore, è il riscatto per la nostra liberazione e per la nostra ascesa alla vita.

Il nostro passaggio alla vita, però, non è automatico. Come i discepoli anche noi dobbiamo essere illuminati dal senso delle sue piaghe. Non è sufficiente contemplarlo come uomo del dolore e dell’amore. Dobbiamo accoglierlo per quello che egli è. Per questo le apparizioni sono sempre accompagnate da un dialogo con i discepoli, ove essi acquistano conoscenza mediante la comprensione delle Scritture. Ci tiene a spiegare che egli le ha compiute e che senza di lui esse non hanno alcun valore. Mediante le Scritture la persona di Gesù viene compresa nella sua realtà di Salvatore degli uomini.

Egli è il Cristo annunciato ed atteso, non per una rivincita sui poteri umani o per una riabilitazione di un antico potere politico, che renda ad Israele la libertà di popolo. Piuttosto Gesù è il Cristo, che nella sua persona, consegnata alla morte mediante un giudizio iniquo, ha portato a sé e a tutti gli uomini la liberazione definitiva da ogni tipo di morte: fisica, morale e psichica, di cui il suo trionfo sulla propria morte è segno indelebile e inizio di un’era intramontabile di vita. Come sempre avviene nella realtà dell’uomo, è la sua entità spirituale l’inizio e l’origine della sua esistenza. Gesù parla di vittoria degli uomini sulla morte a partire dalla loro conversione a Dio e dal perdono dei loro peccati. La conversione comporta l’accettazione che Gesù sia colui nel quale Dio agisce per il bene di tutti. Risuscitandolo da morte, Dio lo indica come modello dell’uomo e suo reale futuro. Come in un pentagramma, in lui si sviluppa la vita dell’uomo. Il perdono dei peccati indica la fine della schiavitù al male. Esso è stato distrutto dalla risurrezione di Gesù e viene distrutto in ogni uomo, ogni qualvolta che egli riconosce il proprio male e lo affida al Salvatore, perché sia inserito in lui, distrutto nel suo corpo mortale e consumato dal suo amore.

Gesù Cristo è il crocevia tra Dio e l’uomo, tra la vita e la morte. La sua persona svela il senso della vita e ci assicura che il destino dell’uomo è segnato dalla comunione alla sua gloria.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

Il perdono dei peccati

 

 

 

 

 

           La festa di Pasqua si risolve in un incarico, affidato da Gesù agli apostoli, poco interessante per molti cristiani contemporanei: il perdono dei peccati. Che senso ha ancora oggi il peccato?  Il peccato, ci riguarda ancora? Sembra un linguaggio medievale o cose da bambini per la festa di Prima Comunione, fatta più al ristorante che in famiglia o in parrocchia.

 

Eppure il perdono dei peccati è l’unica ragione, per cui Gesù si è fatto uomo e ha donato se stesso. La sua intensità d’amore per noi in questo divenire uno come noi in tutto, eccetto che nel peccato, viene rimarcata da San Paolo nella Lettera ai Filippesi: «Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro nascosto la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simili agli uomini; apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbedente fieno alla morte e alla morte di croce» (2,6-7). Egli si fece uomo, in tutti quei limiti sofferenze e incertezze della nostra vita quotidiana oltre alla sua terribile passione, solo per giungere all’atto di supremo di dare la vita per noi e così eliminare il peccato dal mondo e dal cuore di ciascun uomo.

 

Ma perché se l’è presa con il peccato?  Non poteva offrirsi per beni più emergenti come struttura di una la società onesta che evitasse i drammi della violenza, dell’ingiustizia, della delinquenza, della povertà e della sofferenza innocente o traumatica?

 

L’importanza del perdono viene enfatizzata dal soffio di Gesù sugli apostoli, per il quale ricevono lo Spirito Santo. Il linguaggio ci riporta alla creazione dell’uomo, quando «Dio soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7).  L’uomo non prende vita dalla semplice creazione, già così complessa, ma dal soffio di Dio. Il soffio di Dio gli comunica vita, che è in definitiva comunione con Dio. Non la vita creaturale, ma la vita, di cui Dio è origine e pienezza.

 

Gesù Risorto ha percorso la sua passione solo per giungere al momento essenziale della sua missione di affidare ai suoi apostoli il potere di rimettere i peccati. La presenza degli apostoli indica la volontà di Gesù di giungere ad ogni uomo con la ricchezza incalcolabile del perdono. In questo contesto il peccato è una situazione umana, che solo la morte e risurrezione di Gesù hanno potuto sovvertire. Erano terribili le conseguenze del peccato, se la loro cancellazione ha richiesto tutto il dolore, che contempliamo sul volto e nel corpo di Gesù solcati da rivoli di sangue, scarnificati dai flagelli e trapassati dai chiodi e dalla corona di spine. Come sanguisughe avrebbero sottratto l’uomo alla vita e rinchiuso nell’angoscia.

 

Il perdono dei peccati è vera creazione: l’azione dello Spirito Santo opera nell’uomo il passaggio dalla morte alla vita, dall’inimicizia con Dio alla sua familiarità, dall’allontanamento dalla vita al possesso della vita eterna. La scarsa importanza, che molti cristiani danno alla vita cristiana, dipende dalla mancanza di frequentazione del sacramento della Penitenza. Si privano dell’esperienza della relazione con Dio, della sua capacità di risuscitare chi si era perduto. La vita cristiana, infatti, non è assolvere ad un codice morale, ma la gioia di trovare una via d’uscita ai tanti errori, che si pensava essere la soluzione migliore.

 

Il dono dello Spirito per la remissione dei peccati si accompagna alla meraviglia di Tommaso, che  non crede, se non verifica le piaghe dei chiodi nel corpo di Gesù. Non è solo l’identificazione del Maestro, che non aveva visto crocifisso, avendolo tutti abbandonato. E’verificare l’identità di colui che ha salvato gli uomini dai loro peccati. I segni della passione rimangono nel corpo di Cristo glorificato a significare che la sua sofferenza ha valore divino e per ciò ogni uomo può sperare nel perdono. Non gli sono imputate le colpe che hanno condotto il Figlio di Dio alla croce, ma diventano segno di un amore, che le ha trasformate in causa della sua gloria.

 

 

 

P. Tiziano Pegoraro rci

 

 

 

La vita nella Parola di Dio

 

           Pasqua una festa antichissima del Medio Oriente, che ancora oggi ci riporta alla vita come allora i pastori confidavano nella vita attraverso la fecondità dei loro greggi, che in questo periodo portavano al pascolo in aperta campagna. Una festa insidiata sempre dalla morte come oggi. Allora era l’incertezza dei nuovi parti, oggi è la nostra incapacità di consolidarci nella presenza e azione di Dio.

Pasqua un nome ebraico, dalla radice di un verbo che significa saltare. Gli Ebrei ricordano e celebrano il salto della morte, quando l’angelo distruttore ha risparmiato le loro case, tinte del sangue dell’agnello. Gi Egiziani subirono perdite strazianti, quali la morte dei loro primogeniti, perché incapaci di aprirsi alla domanda di libertà, che Mosè formulava a nome di Dio. La morte dei primogeniti non è stata un colpo di mano della potenza divina. Il Dio di Israele ha agito per affermare la propria esistenza sulla menzogna degli idoli.

Purtroppo, come all’inizio della storia umana, l’Egitto ha ritenuto la propria opzione come la migliore, perché all’interno della propria esperienza. Dio ha voluto affermare il diritto alla dimensione spirituale dell’uomo, alla sua vocazione di vita, che solo l’incontro con il vero Dio può assicurare. Israele l’ha trovato nella fede dei suoi Patriarchi, che hanno sfidato ogni ordine sociale e umano per riconoscere a Dio il diritto sulla sua creatura e per dare alla creatura la possibilità di tessere rapporti di fiducia con il suo Dio.

Tutto è avvenuto attraverso l’obbedienza all’invito di Dio di entrare nel mistero della vita. Lo ha vissuto Abramo, che ha abbandonato la propria terra per incamminarsi verso la terra promessa. Lo ha vissuto Mosè, che si è lasciato prendere dalla voglia di conoscere Dio e di mettersi al suo servizio per un’opera rischiosa: la liberazione di Israele dalla schiavitù dell’Egitto. Lo ha vissuto il popolo di Israele, che ha creduto alla capacità di Dio di liberarlo dalla più grande potenza militare ed economica del tempo. Tutto si è risolto nella fiducia verso coloro che Dio poneva a capo del suo popolo per essere suoi profeti e trasmettitori della sua parola. In questa relazione di obbedienza Israele, che valeva ben poco militarmente e socialmente, ha visto la propria debolezza uscire vittoriosa dalla morsa della schiavitù. Anche se il ricordo di quanto è avvenuto è sbiadito, rimane la certezza di un’esperienza indimenticabile, che tutte le generazioni israelite riconoscono essere stata opera di Dio. Ed è così! Dio è intervenuto e ha salvato Israele, spingendolo ben oltre il Mar Rosso e l’arsa e insidiosa superficie del deserto, per farlo entrare nella terra promessa ad Abramo e consegnata alla sua discendenza. Ancora oggi Israele riconosce di essere nato da quest’azione di Dio, e per questo di essere diverso da tutti gli altri popoli, che basano le proprie radici su eventi di storia umana.

Tuttavia il vero Israele non è la discendenza fisica di Abramo (Gal 3,29), ma coloro che con lui condividono la fede nell’unico Dio, innamorato del suo popolo e desideroso che condivida la sua stessa vita. Il vero discendente di Abramo è Gesù Cristo. Egli è sempre vissuto da uomo in piena relazione d’obbedienza con Dio, volendo compiere la sua volontà così da porsi al suo servizio. Lo ha fatto, non facendosi ingannare dalla forza e dalla violenza degli uomini come l’antico Faraone. Lo ha fatto, ritenendo che Dio era più potente delle loro insidie mortali, perché Dio, fonte della vita, la comunica a chi vuole, anche ai morti.

Gesù Cristo non ha avuto paura della morte, perché si è affidato a Dio, lasciandolo agire secondo il suo amore. Dio, infatti, non ha abbandonato il suo servo nelle mani dei suoi nemici, che lo hanno condotto alla morte. L’angelo della morte, vedendolo intriso di sangue, ha visto in lui la potenza della vita, che risiede nel sangue (cf Dt 12,23). Avvenne allora che la morte abbia generato la vita, perché era stata affrontata non nell’indipendenza della creatura dal suo creatore, ma nella fiducia di compiere la sua volontà come una corda di chitarra disponibile alla melodia del suo autore. La celebrazione della Pasqua cristiana ci sfida a trovare un punto d’appoggio oltre le evidenze della nostra ragione per credere alla presenza e all’azione di Dio, che soffia il suo alito di vita in tutti coloro che si aprono alla sua Parola.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

LA SETTIMANA SANTA

 

           Questa settimana è il cuore della nostra fede cristiana. Le funzioni ci rendono presenti gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù. La sua collocazione temporale oscilla tra la fine del mese di marzo e la prima quindicina di aprile, perché la pasqua è la prima domenica dopo la luna piena di primavera. Le ragioni di questa data risalgono alle abitudini delle popolazioni di pastori, anteriori agli Ebrei. Esse usavano propiziarsi le divinità, all’inizio della stagione primaverile, con il sacrificio dell’agnello, quando spostavano i loro greggi verso i pascoli in aperta campagna. Il senso della Pasqua, tuttavia, proviene dalla liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto e viene maggiormente significato dalla morte e risurrezione di Gesù, offertosi per liberare gli uomini dalla schiavitù del male. Proprio perché la sua morte è avvenuta nella vigilia della pasqua ebraica, egli in modo appropriato indica la vera liberazione.

La settimana è santa, perché celebriamo il Santo, che dona la sua vita per noi. E’ santa, anche perché ci rende partecipi della sua santità mediante la fede nel suo atto d’amore. Segno tipico della nostra liberazione è il sacramento della penitenza tanto che ogni cristiano sente il dovere di confessarsi a Pasqua così che la celebrazione corrisponda alla realtà della sua vita. Nella Settimana santa si distingue il Triduo pasquale, ossia il giovedì, venerdì e sabato santo. La liturgia lo celebra con riti tipici, il cui significato interiore si è arricchito delle preziose manifestazioni popolari, che ne fanno rivivere il mistero.

Il giovedì santo è noto per la lavanda dei piedi e per l’adorazione eucaristica che si protrae fino alla mezzanotte. E’ la contemplazione dell’amore di Gesù, unico sacrificio a Dio gradito per la nostra liberazione. I fedeli usano sostare in adorazione e visitare anche altre chiese per rendere omaggio a Gesù. E’ una forma, che evidenzia la nostra comunione nella gioia di essere amati dall’unico salvatore. Il giovedì santo ricorda anche la creazione del sacerdozio e dell’eucarestia, sacramenti che propongono la presenza di Gesù buon pastore e cibo per tutti i suoi discepoli e fratelli.

Il venerdì santo commemora la morte di Gesù. Non si celebra la santa Messa, perché Gesù stesso si offre nel suo corpo e anima. La celebrazione prevede la lettura della Passione, la grande preghiera di intercessione per tutta l’umanità, l’adorazione della croce e la santa comunione, che oggi indica la nostra comunione alla sofferenza di Gesù per partecipare alla sua risurrezione. La sofferenza, spesso, sono le malattie sofferte con pazienza e in unione ai patimenti di Gesù. In modo speciale la sofferenza è il cammino di conversione, che ci conduce fuori dai tunnel delle nostre abitudini e mentalità, lontane dalla legge di Dio. Si usa fare in questo giorno la Via Crucis per le strade del quartiere per indicare che Gesù è presente nelle gioie e nella difficoltà della vita e nulla gli è estraneo delle nostre preoccupazioni e sogni. Dovremmo così imparare a vivere con Lui e per Lui.

Il sabato santo è il giorno del grande silenzio. Nel Triduo pasquale non si suonano le campane della chiesa, ma nel sabato santo vi è un silenzio di tutta la natura, che ammirata è testimone dell’immenso amore di Dio per gli uomini. Non è il silenzio della morte, ma della trepidazione per l’alba di un giorno non minacciato dalle tenebre. A mezzogiorno ci uniamo al dolore della vergine Maria in una preghiera, che commemora la sua adesione alla volontà di Dio, per la quale ella si associa in modo particolare all’opera della redenzione.

La veglia pasquale è la sorgente della vita. Attraverso molti riti e l’ascolto della Parola di Dio, siamo testimoni della vittoria della LUCE sulle tenebre, della VITA sulla morte. E’ la nostra vera Pasqua chiamati a vivere per sempre con Gesù.

  1. Tiziano Pegoraro

 

Gesù chicco di grano

 

V Domenica QUARESIMA — 18 Marzo 2018

 

 

 

 

 

           Gesù confessa la propria identità. Si paragona ad un chicco di grano, che va messo sotto terra per aprirsi alla vita e condurre con sé gli uomini e le donne di tutti i secoli e culture. Con la sua morte avviene la vittoria sulla morte. Il linguaggio simbolico evidenzia la verità, che potrebbe sfuggirci a causa del nostro soggettivismo. La corrispondenza del simbolo alla realtà è attuata dall’affermazione, che ci riporta alla storia vissuta: «E io, quando sarò innalzato da terra, attrerò tutti a me» (Gv 12,31). Le due espressioni sono parallele: al seme interrato corrisponde la morte in croce di Gesù, al fiore che spunta la vita. Questo effetto è la capacità personale di Gesù. Un effetto calamita che fa di Gesù il centro attraente di tutti gli uomini, che finalmente in lui possono sottrarsi alla morte.

 

 Non si tratta di un processo automatico. Gesù precisa: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,25). Egli non ritiene la propria vita più importante dell’amore. E’ una realtà inconcepibile alla ragione umana, ma appartiene alla logica della vita.  Abbiamo esperienza di persone, che preferiscono morire per poter essere d’aiuto e salvare altre vite. Sono gli eroi dell’amore, tra i quali mamme, che preferiscono dare alla luce il figlio piuttosto che curarsi  nel timore di minacciare la vita del figlio. Vi sono anche persone, che non esitano a mettersi in pericolo di morte pur di salvare qualcuno. Sono tutte vite non sprecate, ma donate.

 

Gesù offre se stesso per dare vita a tutta l’umanità. Il valore della sua vita è incomparabile, essendo Figlio di Dio. L’effetto di vita non è parziale, ma totale così da aprire l’umanità alla vita, come il seme che, morendo, apre la via della fioritura e fa emergere dalla tomba della terra il fiore e il frutto. Gesù produce tale effetto a beneficio di tutti gli uomini, perché Dio è amore (1Gv 4,8). La vita eterna di Dio si comunica nell’atto d’amore di Gesù, che pervade l’umanità  del suo amore.

 

Il gesto di Gesù si propone come realtà, non solo come esempio. Egli introduce nella valutazione razionale un principio nuovo, che esalta la dinamica dell’amore e ne evidenzia gli effetti di vita. La sua condotta si impone a tutti coloro che lo seguono e si dicono cristiani. Per questo la Chiesa in questa domenica prega all’inizio della messa, dicendo: «Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi».

 

Noi crediamo che la vita donata è sorgente di vita. Non si tratta di una ideologia, ma della realtà che si manifesta nella celebrazione eucaristica. La vita non ha altro inizio che l’amore, non come ricerca di sé o appagamento di sensazioni e passioni.

 

Il principio nuovo della vita esige un’introduzione al mistero, a quella realtà che non può essere compresa senza la certezza che Cristo Gesù è la verità. Quanto egli dice e comprova con la sua condotta corrisponde al vero e costituisce la base di un’esistenza, che supera la materia e ogni altra sensazione o sentimento. La difficoltà di accettare il principio della vita deriva dal nostro egoismo, ossia dalla chiusura nelle nostre teorie o sensazioni come se quanto pensiamo possa essere l’estrema verità dell’esistenza. E’ il pericolo della nostra società, dove la comunicazione di verità plurime, soggette al consenso popolare o alla sensazione individuale, tentano di proporsi come verità assoluta e di creare la certezza che sia verità tutto quanto uno pensa o propone, astraendosi dalla controprova di principi concatenati nella totalità dell’esistenza. Soprattutto nella realtà umana, i valori morali superano ogni reazione personale e sono tanto più reali quanto più aderenti a Cristo, che si è fatto uomo e nel quale l’umanità assurge al massimo grado, essendo vissuto realizzando la volontà di Dio Padre, origine della vita.

 

Viviamo la Pasqua da persone interessate a scoprire il senso della vita per viverla in pienezza.

 

 

 

P. Tiziano Pegoraro rci

 

 

 

Dio ci ama

 

 

 

 

 

           Sembra scontato che Dio ci ami. Eppure si stenta a crederlo. Il senso comune, nella percezione del mistero della vita, lo afferma. Sono vissuto, come missionario, in una popolazione, il cui trenta per cento era pagana. Nessuno di loro dubitava della provvidenza  e preoccupazione di Dio per gli uomini. Noi cristiani stiamo perdendo la fede: non ci è più evidente l’amore che Dio ha per noi. Le difficoltà di ogni ordine – fisico, spirituale, economico e sociale – ci fanno dubitare e diventano una prova del disinteresse di Dio nei nostri riguardi. E’ necessario il recupero di una maggior sottigliezza di pensiero. Da tempo immemorabile i cristiani sono ritenuti i maggiori filosofi per l’ampiezza di vedute sulla vita dell’uomo e del cosmo. Ora dubitiamo che la fede cristiana sia il cammino verso la piena maturità dell’uomo ed abbiamo espulso Dio dalla nostra esistenza personale e sociale e dal giudizio su ciò che è buono, giusto e vero.

 

Eppure san Giovanni nel suo vangelo, oggi, ci dice senza paura e senza bigottismo: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv3,16).

 

Sono parole pesantissime. Dovrebbero squarciare ogni nostra resistenza e intellettualismo. E’ un’attualità perenne, che la storia può certificare. La presenza di Gesù ha trasformato il mondo e l’universo tanto che contiamo i nostri anni a partire dalla sua nascita, lasciando da parte ogni altro criterio. Anche il mondo islamico e le religioni orientali, nelle relazioni internazionali, assumono lo stesso criterio. Ma questo è niente, se pensiamo a Dio, che si priva del Figlio unigenito per consegnarlo agli uomini. Consegnarlo, senza alcun reclamo o raccomandazione di trattamento. Consegnarlo, liberamente e gratuitamente, confidando che gli uomini abbiano la percezione di un tale dono e della bontà infinita, che ne è all’origine.

 

La presenza di Gesù tra noi travolge ogni modo di pensare e la realtà stessa dell’esistenza. Non è una persona anonima. Anzi, è il cardine del presente e futuro, mentre il nostro passato viene giudicato in base alla sua misericordia. Solo in lui prende forma la nostra esistenza, perché chi lo rifiuta si perde, viene dimenticato, non ha valore: come foglia diventa inconsistente, incapace di affermarsi e rende vana ogni sua attesa. La vita, che amiamo nella sua essenza di esistenza e di perennità nell’esercizio delle facoltà, che ci qualificano come persona e ci distinguono come affermazione della propria personalità, ci è donata solo in Gesù, che è vita (Gv 14,6).

 

La storia di Israele è il paradigma di ogni essere umano. Scelto come popolo eletto e amico di Dio, amato come figlio (Os 11,1) e destinato a divenire erede di Dio stesso (Rm 8,7), Israele è caduto nel tranello di farsi una vita indipendente da Dio. Si è sciolto dalla sua Parola e ha perso la propria origine, crollando nel nulla della distruzione, come lo evidenzia ancora oggi la sua condizione di popolo senza pace. Incerto della propria potenza, guarda al futuro armandosi e spalleggiandosi con i grandi del mondo. La sua salvezza, dopo orribili esperienze di oppressione, non lo ha conquistato alla certezza che solo nel ritorno a Dio potrà vivere. Più confida in se stesso più si aggroviglia nei limiti della natura umana.

 

E’ lo specchio di ciascuno di noi. La sete di vita sarà facilmente estinta, se confidiamo in noi stessi. Essa è una proprietà umana, solo perché l’uomo è stato creato ad immagine di Dio, assorbendone la natura, che si manifesta appunto nella tensione, mai esaurita, di vivere. Contro la tentazione di attribuirci ciò che non ci appartiene, ci è donata l’esperienza della storia di Israele.  E come segno che l’uomo è chiamato alla vita, ci è donato Gesù, vincitore della morte per la sua obbedienza al Padre.

 

 

 

P. Tiziano Pegoraro rci