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La nuova famiglia di Gesù

 

 

           Il vangelo di questa domenica è un racconto complesso, che si svolge all’interno della famiglia di Gesù. Una famiglia nuova, composta di quanto compiono la volontà di Dio. In essa è integrata anche la famiglia naturale di Gesù. Nessuno sconto, neanche per la vergine Maria, che fra tutti i membri della nuova famiglia di Gesù è la benedetta, per essere vissuta conformandosi a Dio. Fu un dono della grazia divina, ma non senza la sua collaborazione.

Perché Gesù ha stabilito nuovi rapporti di amore e di solidarietà tipici di una famiglia? Prima di tutto perché ne è lui il perno e l’origine. Egli è l’origine di un nuovo e intramontabile modo di vivere l’esistenza umana. La sua radicale unione con il Padre lo distingue tanto che dichiara di essere venuto non per compiere la propria volontà, ma la volontà del Padre che l‘ha inviato. Non è uno spiantato. Ha le sue radici, che lo congiungono al Padre e da lui riceva linfa per una esistenza sempre attuale. Prima di Gesù, a livello umano, il rapporto con Dio era mediato dal popolo d’Israele, la cui dignità, secondo la predicazione dei Profeti, era di essere suo figlio. Purtroppo Israele non perseverò nella sua dignità e si lasciò tentare dalle altre popolazioni tanto da imitarle, preferendo fidarsi dei loro valori. Non fu così per Gesù, che si mantenne fedele tanto da dichiarare che fare la volontà del Padre era suo pane quotidiano, ossia non aveva altro sostentamento che l’unione di volontà con il Padre. Divenne così il segno dell’unione fedele con Dio e la strada che a lui ci conduce. D’ora in poi chiunque voglia incontrare Dio, deve passare per Gesù, confidando nella sua parola e comprendo la sua vita come un pentagramma, sul quale si iscrive la vita di ciascuno.

Gesù è anche il perno della nuova famiglia. Lui stesso è la nuova famiglia e tutti noi ne siamo membra. Il perno è il punto centrale e inamovibile di una struttura. Come centro Gesù si impone sopra ogni altro valore, che da lui deriva ogni forza ispiratrice. I doni personali e ogni nostra libertà trovano senso, se partecipano della continuità degli ideali di Gesù, sviluppando in noi la sensibilità di vivere alla sua maniera e di comprendere la nostra personalità alla luce dei suoi insegnamenti. Il senso di questa unione con Gesù è la sua risurrezione: la sua vittoria sul male. E’ una dato storico la sua superiorità sulla morte e sulle sue cause, che sono il male. Egli le ha superate, estromettendole dalla sua esistenza mediante la sua obbedienza al Padre. Come membro dell’umanità, egli ha portato la sua vittoria all’interno dell’umanità, che la può condividere non in forma automatica, ma nella condivisione volontaria delle sue scelte.

Origine e perno della nuova famiglia, Gesù si presenta con autorità di fronte ai membri della propria famiglia umana e ai responsabili religiosi del popolo di Israele. Fra loro si sviluppò una contestazione sul principio di autorità. Per questo i familiari di Gesù, anche la vergine Maria, entrarono in conflitto con lui e volevano impedirgli di compiere la sua predicazione. Lo ritenevano fuori di sé, un pazzo che scardinava il comportamento e i valori abituali di una famiglia. Anche le autorità religiose vedevano in lui uno contestatore della dottrina religiosa tradizionale tanto da ritenerlo un indemoniato. Accetta il dialogo e cerca di far capire loro che se scacciava i demoni, potenza tentatrice al male e contro la vita dell’uomo, era perché li contrastava e ne erodeva il potere sull’uomo. Non il contrario. Di conseguenza era logico accogliere la sua predicazione come via alla libertà morale e cammino di ricongiungimento con Dio.

Alla sua famiglia naturale Gesù indicava che, per un giovane, era essenziale essere unito con Dio, il suo che possa essere la pienezza di ogni progetto di crescita. Il futuro dell’uomo non è la caducità dei valori e dei legami umani, ma l’unione e l’intesa con Dio. Per lui, quindi, tutti coloro che compiono la volontà di Dio gli sono intimamente vicini, anzi consanguinei, perché hanno lo stesso DNA e sono figli del suo stesso Padre.

La rivoluzione culturale e morale di Gesù continua fino ai nostri giorni. Dipende da ciascuno di noi scegliere da che parte stare.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

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Vero corpo e vero sangue

 

           L’ultima promessa di Gesù ai suoi discepoli è che sarebbe rimasto con loro ogni giorno fino alla fine del tempo (cf Mt 28,20). Aveva già detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome egli sarebbe stato in mezzo a loro (cf Mt 18,20). La prima promessa è personale, indipendente da altre condizioni. Il secondo modo di presenza avviene in concomitanza con l’incontro dei discepoli. E’ una presenza legata alla loro volontà di stare insieme come discepoli e fare memoria del Maestro. Con la festa del Corpus Domini si manifesta la modalità della perenne presenza personale di Gesù: l’eucaristia.

Ci è stato sempre detto a partire dal catechismo che la consacrazione, durante la Messa, è il momento in cui le offerte del pane e del vino sono trasformate sostanzialmente nel Corpo e Sangue di Gesù. Non sono più alimenti terrestri, ma la persona reale di Gesù. Il corpo e il sangue sono la totalità della persona umana, il cui corpo privo del sangue è solo cadavere e il cui sangue senza il corpo è liquido indistinto. Detto di Gesù, il corpo e il sangue ci ricordano la sua presenza sulla croce: una presenza per la quale egli si dona come vittima e acconsente che il suo corpo sia separato dal suo sangue per amore mediante la morte. L’eucaristia realizza la presenza di Gesù come dono. E’ l’unico modo del suo stare con noi. Non è presente tra noi come uno che voglia prolungare la sua esistenza, aggiungere altri anni ai già trascorsi. Egli è presente, invece, come colui che ci ama e il suo amore ci libera dal male.

L’eucaristia è un modo sconcertante di presenza. Il modo più umile, perché non ci disturba. Il modo più esigente, perché esige da noi la volontà di incontrare Gesù. Il modo più efficace, perché ci permette di far vivere Gesù nell’accoglierlo.

E’ questo l’aspetto più misterioso. Gesù infatti ha un unico scopo per restare con noi: continuare la missione, che il Padre gli ha assegnato. Noi avvertiamo la sua presenza, solo quando concordiamo con il suo progetto e ci rendiamo disponibili a continuarlo. Non è certo la nostra disponibilità a rendere possibile la sua presenza, ma essa ci permette di considerare la nostra esistenza in dialogo con lui. La forma del cibo è indicativa della dinamica dialogica. Come il nutrimento agisce in coloro che lo assumono così è dell’eucaristia. E’ necessario ricevere l’eucaristia, per entrare in contatto con Gesù. Nella celebrazione della Messa questo contatto si manifesta con l’ascolto della Parola di Dio e con la santa Comunione. Le due forme di presenza sono reali ed efficaci. Reali, perché esse sono realtà esistenti per se stesse e sono la manifestazione di una persona: Dio nell’umanità del Figlio. Reali, perché si comunicano attraverso l’azione dello Spirito, che ci è donato per ricordarci tutto ciò che Gesù ha detto, ascoltandolo dal Padre. Il modo d’azione dello Spirito non può essere sottoposto alle nostri opzioni. Egli agisce liberamente nella sapienza di Dio, che conduce il piano di salvezza in modo certo e efficace.

La forma del cibo indica che la presenza di Gesù non è miracolista. Egli si rende presente, penetrando e cambiando la nostra esistenza come il cibo. Agisce nel nostro intimo e ci trasforma. Il livello d’azione è la nostra anima, ossia la mentalità, il giudizio, le aspirazioni, i valori, i sentimenti, le preferenze e il senso pratico. Un fedele, che si nutre di Gesù attraverso la Parola e l’Eucaristia, cresce con una dinamica spirituale che lo rende sempre più a lui conforme. Avviene una vera trasformazione, per la quale non si vive solo per se stessi, ma per lui e con lui si agisce per continuare a dare all’umanità la possibilità di allontanarsi dal male e porre nella nostra terra la sua presenza di Salvatore, dando anche al mondo i connotati di un mondo nuovo, fondato e assetato di amore e verità.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

La Santa Trinità

 

           Quando gli uomini parlano di Dio, ragionano a partire dalle proprie esperienze. Così si sono formate le religioni, che proclamavano quanto di meglio il fondatore abbia potuto affermare sullo spirito. Molte si basavano anche sulle paure provocate dai fenomeni atmosferici, altre rispettavano l’incapacità di spiegare il fatto della nascita e della morte o il mistero degli eventi della vita e la contraddizione delle situazioni umane, dove spesso la persona buona soccombe al malvagio.

La fede cristiana si distingue dalle opinioni umane. Essa si fonda sulla rivelazione. Ciò che proclama è la conseguenza di quanto Dio ha rivelato di se stesso. La rivelazione è il camino inverso del ragionamento degli uomini su Dio: lui stesso ha parlato e suggerito chi egli sia. Il suo linguaggio non è semplice e le realtà che esprime esigono dall’uomo un esodo, un’uscita dai propri schemi mentali e esperienziali, un cammino umile che lo introduce nel mistero di Dio.

La rivelazione possiamo immaginarla come il chinarsi dei genitori verso i figli per assumere il figlio nel mondo nel quale si introduce. In questo senso è magistrale il cammino di Mosè, che sale sul monte Sinai per vedere cosa fosse quel cespuglio che non cessava di bruciare. Inoltrandosi, Mosè ascolta una voce che gli ordina di togliersi i sandali (Es 3,5). A piedi nudi, senza alcuna difesa e con tutto rispetto come avviene ancora oggi in certe culture, che prevedono di lasciare le scarpe fuori della casa o del tempio. Ogni uomo per comprendere Dio deve abbandonare le proprie strutture di pensiero ed essere pronto di introdursi in un mondo sconosciuto. Ma non del tutto estranea all’uomo è la natura di Dio, perché siamo stati creati a sua immagine (Gen 1,27).

La rivelazione è anche segno di intimità. Il pudore umano proviene dal desiderio naturale di rivelarsi a coloro nei quali abbiamo fiducia. Così il fatto che Dio si sia rivelato indica che verso gli uomini abbia una relazione di amicizia e si senta sicuro. L’uomo, da parte sua, dovrebbe corrispondere con rispetto ed avanzare nella conoscenza di Dio mediante un colloquio d’amicizia, in cui è privilegiato lo stupore di scoprire realtà totalmente nuove e superiori ad ogni nostra logica.

Dio in effetti ha rivelato se stesso nella storia degli uomini con parole e con gesta. Per migliore chiarezza ha scelto un popolo tra i tanti, senza abbandonare nessuno della sua manifestazione. Nel popolo scelto, che sono i discendenti di Abramo, Dio si è espresso in modo relativamente chiaro nella sua storia. Ma all’ultimo, e precludendo ogni aggiunta alle sue parole e alle sue gesta, ha parlato mediante suo Figlio Gesù (Eb 1,1-4). Egli, nato da una donna (Gal 4,4) per opera dello Spirito Santo (Lc 1,35), ha condiviso in tutto la nostra natura umana, ad eccezione del male che si è introdotto in essa a causa delle vicissitudini dell’uomo. In Gesù abbiamo la piena e lucida rivelazione di Dio. Egli è sempre vissuto in relazione con il Padre, di cui si dichiara Figlio obbediente fino anche ad essere pronto a dare la vita per gli uomini. Gesù si prospetta anche nel futuro della nostra storia e attraverso di lui il Padre ci dona lo Spirito Santo, perché possiamo vivere come suoi figli adottivi e seguire la vita del Figlio.

Più che una definizione astratta, Dio si rivela nel suo essere e nella sua vita. Conoscere Dio, infatti, non è un’operazione intellettuale, ma esistenziale, perché la conoscenza di Dio trasforma l’uomo tanto da renderlo desideroso di conoscerlo sempre meglio. In questo processo di conoscenza Dio agisce e condivide con l’uomo la propria natura tanto che l’uomo si trasforma ed giunge ad avere gli stessi sentimenti di Gesù verso il Padre. La rivelazione è un movimento circolare, che inserisce l’uomo nella vita di Dio tanto che l’uomo impara ad amare, poiché Dio è amore (1Gv 4,8). Da questa rivelazione la comunità cristiana nei sui migliori cervelli e sante persone è giunta ad esprimere la natura di Dio, affermando che Dio è TRINITA’, uno nella sua natura in Tre Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo, uguali in dignità e distinte nella loro realtà. E’ l’unico e vero Dio, che si china su di noi per assumerci nella sua esistenza.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

Lo Spirito Santo

 

           Con la Pentecoste termina il tempo pasquale. Abbiamo celebrato la risurrezione di Gesù e la nascita della comunità cristiana. Una novità assoluta si è introdotta nella storia umana: la vittoria sulla morte. E’ Cristo l’artefice di questa straordinaria realtà. Ora tocca a noi suoi discepoli renderla presente, prima di tutto vivendo nella nuova dimensione di persone risuscitate e poi infondendo fiducia nei nostri vicini, perché tutti siamo chiamati a pensare al nostro futuro alla luce della risurrezione di Gesù.

Non si tratta di confidare nel nostro impegno. Nulla possiamo fare da soli nella sfera della vita nuova, introdotta da Cristo. Tutto possiamo, seguendolo. Egli non ci lascia soli: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). La sua presenza e la sua azione si rendono attive e presenti fra noi mediante lo Spirito Santo. Dice Gesù: «Egli vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future» (Gv 16,13).

Lo Spirito Santo è all’interno della relazione con il Padre e il Figlio. Quel dialogo, in cui è vissuto Gesù, è lo stesso che anima lo Spirito Santo. L’unione di Gesù con il Padre era una relazione personale, chiusa nell’esperienza di Gesù. L’unione dello Spirito con il Padre e Gesù si allarga a noi: egli infatti è il Paraclito, ossia il Difensore che prende a cuore la nostra condizione e ci protegge contro le insidie del Maligno. Egli crea in noi la stessa relazione di Gesù con il Padre, così che possiamo agire in obbedienza e all’interno del piano di salvezza. E’ questa la verità, ossia la realtà sorta dalla vittoria di Gesù sulla morte.

Lo Spirito ci guida con la parola. Essa proviene dalla sua relazione con il Padre e con il Figlio: «ci dirà quello che avrà udito». In pratica, quanto Gesù ha ascoltato dal Padre e ha rivelato nella sua predicazione e nel suo stile di vita: «Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15).

La parola dello Spirito ci spinge oltre. Ci introduce nel senso di tutta la nostra attività qui in terra. Ci aiuta a guardare oltre il contingente. Ascoltandolo, ci incontriamo con la stessa parola del Padre che ha guidato Gesù. Qui è il senso vero dell’attività dello Spirito: ci permette di modellarci su Gesù e di compiere come lui la volontà del Padre, seguendone lo stile dell’obbedienza, segno di comunione e di intesa.

In questo senso la comunione con Dio è opera di Dio, che si comunica nella parola di Gesù e dello Spirito. La parola ci rigenera e crea in noi ciò che significa, conferendoci la possibilità di far lievitare le nostre capacità e doni così da trasformarli in strumenti duttili al senso della parola. L’opera della rigenerazione è del tutto educativa e trasformante. Si sviluppa mediante l’ascolto della Parola di Dio, che la Chiesa annuncia nel suo ministero. Ogni azione liturgica è un’occasione di ascolto e di accoglienza della parola, che lo Spirito fa pronunciare a coloro che sono stati scelti per proclamarla e farla intendere in tutte le lingue degli uomini.

L’ascolto non è un’operazione fisica o comunque nella sua dimensione fisica deve consentirci di cogliere la parola. Si instaura una relazione, per la quale siamo messi a contato con Dio stesso, che sempre ad Israele si è manifestato con la parola e mai con una immagine di sé o con l’azione di qualche portento. L’unica visibilità di Dio è il Figlio suo Gesù, che è per natura la sua Parola. E’ lui che cogliamo in ogni parola detta dallo Spirito. E’ lui che apre il nostro futuro, dimostrando nella sua carne, vittoriosa sulla morte ed esaltata in cielo, il modo per il quale possiamo davvero collaborare a costruire la nostra vita non più soggetta alla morte.

Tutto il tempo della nostra esistenza è tempo di ascolto di Gesù, che lo Spirito sempre ripropone perché possiamo essere difesi contro il Maligno e giungere alla verità, che è la nostra comunione con Dio, come egli stesso l’ha iscritta creandoci a sua immagine.

 

  1. Tiziano Pegoraro

 

 

Nuovo scenario

L’Ascensione apre uno scenario nuovo sulla storia umana. L’evangelista Marco la racconta con una terminologia religiosa, che ingloba il mondo visibile e il mondo della fede, affermando che, mentre parlava ai suoi discepoli, Gesù fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Per l’unica volta nel suo vangelo, chiama Gesù Signore, prospettandolo come unica autorità nel mondo. Egli sollecita, infatti, i suoi discepoli a percorrere tutto il mondo, predicando la buona novella ad ogni creatura.

La buona novella è la sua vittoria sulla morte. Una vittoria, che non ha nulla dell’esaltazione personale. Anzi certifica per ogni abitante della terra la possibilità di uscire anch’egli vincitore della propria morte. La predicazione raggiunge lo scopo della liberazione mediante la conversione a Cristo, evitando ogni indottrinamento. La liberazione dalla morte avviene solo con lui, avendola egli sperimentata in prima persona. In lui uomo la vita è inserita nell’esistenza di tutti gli uomini non per automatismo, ma nel passaggio dall’idolatria del proprio ego all’obbedienza della sua parola.

L’assenso alla parola dei discepoli trasforma il sistema di vita e di relazioni. Le insidie della vita, espresse nel dominio del male sotto tutte le sue forme, e le difficoltà di relazione, rese più acute dalla diversità di cultura, sono superate, quando l’uomo si uniforma allo stile di vita di Gesù, ossia all’amore che lo distingue e caratterizza tra tutti.

Nel tempo liturgico della Pasqua il cristiano ha compreso che l’amore di Gesù è frutto della sua obbedienza al Padre fino al sacrificio della croce: è questa la sua vera ascensione. Egli si innalza sopra ogni potenza celeste, umana e demoniaca per assurgere alla condivisione della vita di Dio, che è amore (1Gv 4,8). Si pone al livello di Dio nella propria dignità di uomo, che non si è lasciato sedurre dalle regole del do ut des, ma ha liberamente affrontato l’amore nel dono della propria vita. Ha ricercato immensamente l’altro: il Padre e nel Padre ogni uomo, che tutti vuole salvare dalla morte (cf 1Tm 2,4).

Gesù si qualifica così come il Signore, che supera le avversità nella storia e rimane sempre tra gli uomini, sostenendoli nel cammino verso la vita. Immerso nell’amore di Dio, continua la vicenda umana nei discepoli. Essi annunziano la sua parola di verità e la rendono concreta, facendo sussultare di vita ogni realtà umana. Nell’umile ed esigente ascolto della predicazione l’uomo si libera dal peso delle proprie schiavitù e ascende verso la vita fino alla comunione con Dio.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

 

La vita d’amore

 

           Siamo giunti quasi al termine del Tempo pasquale. Per la prima volta sentiamo parlare del comando dell’amore. Gesù dice: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gi altri» (Gv 15,17).

Parla come se volesse riassumere il senso della risurrezione e chiarire la qualità di vita dei suoi discepoli. Come ricevono il comando della missione verso il mondo esterno, così viene dato loro il comando dell’amore per sostenerli nel loro spirito.

Si parla dell’amore, che il Padre ha verso il Figlio, e dell’amore, che Gesù ha verso di noi. L’uno si riflette nell’altro. Noi abbiamo visto e constatato l’amore di Gesù nel dono della sua vita. Così è anche dell’amore del Padre per Gesù. Egli ha dato tutto al Figlio: ha dato se stesso, perché lo ha generato rendendolo simile a sé. Poiché Dio è amore (1Gv 4,8), Gesù ha amato profondamente, consacrandosi per la salvezza degli uomini mediante l’obbedienza alla volontà del Padre e dando la vita per noi, assumendosi il carico delle nostre colpe e distruggendole nel suo corpo martoriato sulla croce. Proprio perché l’amore è eterno, essendo la natura di Dio, Gesù è stato risuscitato dal Padre e investito dalla vita eterna dell’amore. Ora egli vive per sempre, portando i segni dell’amore, che sono le piaghe della croce. In esse comprendiamo che non esiste amore senza un dono totale di sé, che può giungere fino a dare la vita per la persona amata.

Con la Pasqua e il dono dello Spirito Dio ha generato gli uomini a vita nuova. Essa instaura nei fedeli la vita d’amore di Gesù: vita che è amore. Se non fosse così, non sarebbe vita e noi saremmo ancora nell’oscurità di una vita umana soggetta alla morte. Per questo il comando dell’amore è vero. Poiché l’amore tende a donarsi sempre più, si potrebbe pensare di non poter raggiungere l’obiettivo o che sia un’illusione. Può succedere che ci si stanchi di amare, non ricevendo nessuna ricompensa o non vedendo nessuna corrispondenza. Il comando allora si impone e ci assicura che la strada dell’amore è l’unica possibile per il discepolo di Gesù. Il comando, inoltre, ci fa uscire da noi stessi così da non considerarsi la misura dell’amore.

Gesù parla di un amore, che si realizza nell’obbedienza ai suoi comandamenti. L’obbedienza è la continuazione in noi della parola dell’amato. Obbedire ai comandamenti di Gesù diventa il modo che ci permette di far passare in noi la sua vita. Con la sua parola egli alimenta in noi l’amore e mettendo in pratica i suoi comandamenti ci lasciamo educare, costruendo in noi l’uomo nuovo, creato nella verità di corrispondere alla volontà di Dio e così entrare nella sua relazione d’amore.

La visione della nuova realtà, originata dalla risurrezione, è una rivelazione. Infatti abbiamo prova di tante infedeltà nell’amore causate dall’egoismo dell’amore, in cui l’individuo ricerca se stesso tanto da umiliare l’amato e passare dall’amore all’odio. Credere nell’amore di Gesù ci trasferisce nella relazione di una reciprocità, dove l’uno si dona all’altro. L’amore è il segreto della vita e si impone a quanti la desiderano. Con la Pasqua ci viene svelato il segreto della vita. Ciascuno trova il proprio cammino nella varietà delle espressioni d’amore. Il riferimento a Cristo ci spinge ad un amore totale, il cui orizzonte è lo stesso amore di Dio, che ci è stato donato senza alcun rammarico da Gesù, il quale per noi ha dato la propria vita.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci

 

La vite vera

 

 

           Gli effetti della Pasqua si esprimono mediante due simboli: il buon pastore (Gv 10,11-16) e la vite vera (Gv 15,1-8). I due simboli manifestano la nostra relazione con Gesù Risorto. I due aggettivi dichiarano Gesù pastore «buono» e vite «vera».

La realtà, che non corrisponde al simbolismo, è il popolo di Israele. Le sue guide, ossia i suoi pastori, han cessato di guidarlo secondo la volontà di Dio e sono divenuti dei mercenari (cf Ger 23,1; Gv 10,5). Israele stesso, che si raffigurava nella vigna dipinta all’interno del tempio, ora porta solo uva selvatica (cf Is 5,2). Le sue radici non affondano nel buon terreno, perché l’imitazione dei costumi pagani gli hanno tolto il nutrimento della Parola e dell’obbedienza a Dio. Con una immagine di straordinaria evidenza il profeta Geremia dice: «Il mio popolo ha abbandonato me, sorgente di acua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua» (Ger 2,13).

Come vigna vera Gesù afferma di essere in piena comunione con il Padre, essendo vissuto compiendo la propria volontà in un atto d’amore e di obbedienza al Padre che lo ha reso figlio prediletto. Come vera vite produce uva, dalla quale si estrae il vino ottimo, segno della gioia e della benedizione di Dio. I suoi effetti li vediamo nella risurrezione e nel perdono dei peccati. Ambedue sono opera di Dio, che porta alla vita il Figlio prediletto e noi figli d’adozione.

Il simbolismo della vite vera si sviluppa nel complesso della relazione tra vite e tralci. Se la vite è Cristo i tralci siamo noi suoi fedeli. Non esiste un cristiano isolato o indipendente. In quanto tralci partecipiamo a dare consistenza alla vite, evidenziando la sua qualità, ammirata e valutata secondo i grappoli. In certo qual modo nella nostra vita cristiana manifestiamo la ricchezza di Cristo. La sua portata è superiore alla nostra che come tralci dobbiamo essere costantemente potati per adeguarci alla spinta di vita e di ricchezza della vite. I tralci non possono accontentarsi del proprio prodotto. Devono essere disposti a rinnovarsi con la potatura e portare frutto abbondante. Gesù l’aveva affermato: «Chi crede in me, compie le opre che io compio e ne compirà di più grandi, perché io vado al Padre» (Gv 14,12). Mediante la fede rimaniamo uniti a Gesù, come tralci alla vite. Poiché egli va verso il Padre, Gesù affonda le proprie radici in lui e così noi possiamo compiere opere maggiori delle sue. Basta pensare all’estensione della Chiesa contemporanea, che ha raggiunto ormai tutte le popolazioni della terra, di fronte alla ristretta regione della Galilea e della Giudea, dove Gesù ha predicare, e alle opere di carità che si sono evolute lungo i secoli e le culture per venire incontro ai bisogni dei più bisognosi.

Come si rimane uniti a Gesù e si può trasmettere la ricchezza del suo essere nel Padre? Mediante l’ascolto della sua Parola così che faccia corpo con la nostra mentalità. Abbiamo l’esperienza che la parola produce i suoi frutti, quando è ascoltata. Gi scolari crescono in conoscenza, prestando attenzione ai loro insegnanti; i figli vengono educati secondo la loro capacità di obbedire ai genitori. Così noi cristiani acquistiamo le nostre attitudini tipiche, quanto più depositiamo nel cuore le parole di Gesù, che sono quelle che egli stesso ha ascoltato dal Padre (Gv 8,26). Qui si manifesta l’importanza di ascoltare la Parola di Dio, che proclamino durante la Messa e meditiamo nell’adorazione eucaristica. Sarebbe una bella abitudine leggerla e meditarla personalmente, nel silenzio e nella disponibilità di ascoltarla con il cuore e la mente. Senza questo ascolto si diventa dei tralci secchi, dove la potatura è radicale fino alla loro recisione dalla vite e, in concreto, da Gesù.

L’apice della vita cristiana consiste nel divenire discepoli di Gesù (Gv 15,8), dovunque noi siamo e qualunque responsabilità possiamo assumere. Discepoli, che conoscono il Maestro, ossia lo amano conoscendolo sempre meglio attraverso la sua parola, letta e depositata nel cuore e nella mente.

 

  1. Tiziano Pegoraro rci